sabato 28 maggio 2016

STAIRWAY TO HELL/HIGHWAY TO HEAVEN (il mio Muro di Sormano)






















Non guardare in alto.

Non guardare in alto.

Guarda il manubrio.

Non guardare in alto.

Non guardare in alto.

Non DEVI guardare in alto.

Ecco, l'ho fatto. Maremma che roba. Gira quei pedali, GIRALI, CRIBBIO...

Sto spingendo sui pedali in un pomeriggio di fine maggio. Un bel pomeriggio, uno di quelli che invoglia a disegnare un percorso, acquisire il beneplacito della mugliera, prendere un giorno da lavoro, e andare. Sto spingendo sui pedali per cercare di avanzare lungo una pendenza spaventosa, mentre percepisco la forza di gravità in ogni fibra del corpo.

Sono partito da Erba, un'oretta abbondante fa, con l'intento di salire al Piano del Tivano da Sormano, poi scendere dal lato opposto, raggiungere Bellagio quindi fare il Superghisallo, e infine tornare a Erba.

Mi fermo, metto il piede a terra, ho il respiro di un chihuahua, devo bere.

La giornata è cominciata bene, la salita fino quasi a Canzo è andata praticamente senza storia. Temperatura ideale per pedalare, forse un accenno di afa. Sto bene e mi sono nutrito adeguatamente. Per non appesantirmi ho portato con me lo stretto necessario per un'uscita di quattro ore, qualche barretta, integratori, una sola borraccia, un kit di riparazione ridotto all'osso.
Cinquecento metri prima di Canzo accade ciò che altri, più assennati di me, avebbero interpretato come un preciso avvertimento che la giornata andava ripensata.
Dopo un primo dente sulla Valassina, lasciata Erba la strada spiana, e son lì che vado sciolto quando avverto uno stranissimo suono di compressore guasto, un sibilo di teiera in ebollizione. Attribuisco la cosa al veicolo che mi sta superando in quel preciso momento, e non ci bado troppo. Se non fosse che, andato via il veicolo, il sibilo rimane ancora per tre-cinque secondi, per poi sparire. Viene sostituito da una inequivocabile sensazione di mollezza al posteriore.
Ho forato. Un'evenienza comune per un ciclista. Ho dietro il necessario.

Ok adesso bevi, calma il respiro, le gambe vanno ma è il respiro che rimonta troppo in fretta. Riesco a ripartire sfoderando doti da equilibrista, la pedalata si fa subito durissima, per adesso rimango seduto ma so che per sopravvivere dovrei alzarmi sui pedali.

Ho con me una bomboletta di schiuma di lattice e la minipompa. Accosto, cerco di individuare il forellino e di rimuoverne la causa. Sembrerebbe una grossa scheggia di vetro. Sparo la schiuma nella ruota ma vedo subito che c'è qualcosa che non sta funzionando, non va proprio: la schiuma fuoriesce dal forellino, dallo stelo della valvola, e in alcuni punti pure dal tallone della copertura. Un casino. Cerco di seguire le istruzioni, girando la ruota per distribuire il lattice, dopo un pò cerco di rigonfiarla ma è peggio di prima: il forellino non pare tale, è proprio un foro, e soprattutto non è dove credevo io. Il lattice fuoriesce a mò di geyser, la pressione non tiene.

Mi tengo leggero sul manubrio, mi sporgo tutto in avanti senza irrigidire le braccia, sarebbero energie sprecate. Per fortuna che il fondo asfaltato è perfetto, pulito, senza una grinza. Sul bordo sinistro scorrono le cifre delle altimetrie, metro per metro, senza sosta, la mia fortuna è che non so a che quota termina questo supplizio, quindi non posso fare un conto alla rovescia.

Il cervello è vuoto. Tutto il mio essere si trova in corrispondenza delle gambe.

Dopo più di mezz'ora forse il lattice comincia a fare il proprio dovere, e riesco a mantenere gonfia la ruota di quel poco che serve per raggiungere un distributore e gonfiarla per bene. Mi avvio, senza neppure sapere bene cosa fare.

Procedo per strappi di due-trecento metri alla volta. Mi fermo, prendo aria, a volta bevo ma non troppo.

Sono da solo. In lontananza si sentono rumori di tagliaboschi. Riparto dopo la seconda sosta e mi metto in piedi, va meglio. Cerco di contenere il respiro, di regolarizzare il mantice impazzito che mi ritrovo nel torace.

Dopo una prima rampa, di circa 500 mt, quasi in corrispondenza del limitare del bosco, mi pare che spiani un pò. Riesco ad imprimere un ritmo di una virgola più agile, ma la velocità è sempre ridicola.

Le scritte sull'asfalto, le celebri citazioni dei grandi del passato, sono sbiadite ma ancora leggibili in alcune parti, e parlano di sofferenza, parlano di sfida dell'uomo contro sé stesso ancor prima che contro la salita.

Procedendo la ruota tiene, accosto a terminare il gonfiaggio e proseguo oltre Canzo. Imbocco la svolta per Sormano, la salita è sensibile ma alla mia portata. Non avendo sott'occhio una mappa, e non avendo memorizzato esattamente i dettagli del tragitto, sbaglio la svolta e tiro dritto verso Caglio. Me ne accorgo che sono quasi arrivato a Sormano. Riprendo la Valassina, incontro i cartelli marroni del Muro di Sormano.

Il Muro di Sormano. Era solamente un'idea, pallida, una di quelle che butti lì giusto per gradire il pensiero. Adesso però l'idea ce l'hai davanti, e un cartello marrone ti chiede di prendere una decisione entro le prossime cinque pedalate. Alla terza, svolto a sinistra senza pensarci poi molto.

Il panorama si apre, dovrei essere tra il terzo e il quarto tornante ma ho perso il conto, le cifre sulla sinistra sono oltre il mille. Mi fermo ancora, cerco di capire quali montagne mi si presentino davanti.

Mi rimetto in piedi per un pò, devo mantenere il ritmo. Si, sono quasi all'ultimo tornante. Pedala perdìo!

L'imbocco del MdS è segnalato da un cancello in legno, oltrepassato il quale c'è un'area picnic con barbecue e fontana. Ne approfitto per un veloce spuntino e per rabboccare la borraccia.
Mentre son lì che mangio passa un camioncino della manutenzione dei boschi, in salita.
Lo sforzo titanico del guidatore per mantenere il moto del mezzo mi dà la proporzione di quel che mi attende, e a tutta prima non è una bella sensazione.

Scaccio via ogni pensiero - ogni pensiero, inclusi i presagi di sventura sulla tenuta del lattice nella ruota - e parto.

L'urto è notevole. La pendenza che mi ritrovo davanti è qualcosa di mai visto. Non devo pensare, solo pedalare.

E' l'ultimo tornante. Questa frase sull'asfalto è di Ercole Baldini. Riesco a leggerla frase per frase. La parola "impossibile" mi ha sempre generato strane reazioni. La pendenza si impenna in un ultima rampa micidiale, e strappo sui pedali accelerando in modo inspiegabile a me stesso. Ecco il cancello di legno, è finita la salita. Sto tremando per lo sforzo.

Oltrepasso il cancello e salgo fino alla Colma di Sormano, dietro al ristorante-rifugio c'è un parcheggio e mi fermo a verificare lo stato della gomma.

Come mi riprendo un pò decido che magari è il momento di fare almeno uno straccio di fotografia, e mi avvicino al cartello di località della Colma. Ci sono due signore in bici che stanno compiendo la stessa operazione. A un certo punto sento alle mie spalle una delle due signore: "Cassinis!!!".

Signori, la carrambata è servita ANCHE sulla Colma di Sormano.
Una volta di più il proverbio "Il Cassinis è OVUNQUE" trova la sua plastica dimostrazione.
Ci presentiamo, scambiamo due chiacchere sui rispettivi giri, concludiamo con l'immancabile foto ricordo.



















































Ci salutiamo, loro proseguono in direzione opposta alla mia. Sono le due e mezza e ce la posso ancora fare. Prendo velocità scendendo vero il Piano del Tivano, le curve sono gradevoli e il fondo tutto sommato accettabile.

Come prendo una minuscola asperità nel manto stradale, però, si fa risentire il sibilo della teiera. Stavolta però la ruota perde pressione molto rapidamente, e quasi rischio di stallonare mentre rallento fino a fermarmi.

E stavolta è anche l'ultima per questo giro. Non ho altro con me per rimediare all'inghippo, la leggerezza si paga. Non mi resta che attendere che passi qualcuno.

L'attesa dura non più di tre minuti, una coppia anziana sta salendo in auto dal lato di Bellagio e si offre di riportarmi su alla Colma. Qualcuno al ristorante - mi suggeriscono - magari può dare un passaggio verso Erba.

Nella sfortuna sono fortunato: dopo neanche cinque minuti due escursionisti stanno partendo dal parcheggio: sono di Corsico, e per tornare a casa debbono passare da Erba dove ho l'auto. Sistemiamo bici e ruote, e scendiamo dal monte.

Il giro è terminato un pò così. Ma l'appuntamento col Ghisallo è solamente rimandato.

Col Muro di Sormano, invece, non saprei proprio......







venerdì 27 maggio 2016

NORWAY COAST-2-COAST: DIARIO DI VIAGGIO



NC2C - Clip 1



NC2C - Clip 2




NC2C - Clip 3



PREMESSA

La Oslo-Bergen è un bel viaggio. E' stata la mia prima avventura fuori dalla porta di casa, fuori dal cortile, ma come da tradizione in solitaria e in completa autonomia. Son passato per posti pazzeschi, percorrendo dozzine di chilometri senza incontrare essere umano, quasi scordandomi il suono della mia stessa voce, sostituito nei mei pensieri dall'imponenza del paesaggio.
Con la giusta attitudine è un'esperienza profonda e indimenticabile.

Ho scelto un percorso che, da Oslo, si dirige inizialmente verso ovest e una volta giunti a Kongsberg svolta a nord, introducendosi nel cuore delle Alpi Norvegesi.
Lì, dopo tre giorni di pedale, tra vallate boschive, fiumi e cascate di acqua torbosa, si imbocca la Rallarvegen, che da sola meriterebbe capitoli interi.
Nei due giorni successivi ho toccato uno di punti più alti del Paese, passando da Finse e presentandomi al cospetto del ghiacciaio Hardangerjokulen
Ho quindi raggiunto il celebre e maestosissimo Sognefjord, oltrepassato il quale - compiendo un itinerario ad arco da est verso ovest - ho toccato il punto più a nord del viaggio, poco oltre il 61° parallelo, in corrispondenza della cittadina di Førde. Ho quindi piegato verso sudovest, ho pedalato sul Mare del Nord, e una volta riaffacciatomi sul Sognefjord ho deciso di porre termine alla pedalata, con poco più di 600 km alle spalle. Infatti, il tempo si sarebbe rovinato da lì a qualche ora per tutti i giorni successivi, e non avrei potuto vedere di più e di meglio di quanto già goduto sino a quel momento. In una mattinata di battello veloce ho quindi coperto via mare gli ultimi 70 km fino a Bergen, approfittando del pomeriggio per girovagare lungo la città anseatica, fantastica nonostante la pioggerellina. A sera tardi ho infine sfruttato un affollatissimo treno notturno per tornare a Oslo, ove ho speso i miei ultimi due giorni tra giri turistici, musei e la risistemazione finale del bagaglio in vista del rientro in aereo, all'alba del 2 settembre.

Un caleidoscopio di paesaggi naturali, perlopiù disabitati o scarsamente popolati, incontaminati, strade deserte o addirittura piste sterrate nei boschi, per dozzine e dozzine di chilometri. Acqua in ogni forma, laghi, fiumi, torrenti, cascate, fiordi. Montagna ammantata di boschi, una coltre verde pressochè senza interruzioni. Fattorie, coltivazioni e pascoli nei fondovalle. Il Mare del Nord, insolitamente placido, soleggiato e tranquillo.

Nonostante una preparazione logistica e topografica durata un anno o forse più, l'itinerario che ho scelto mi ha offerto una serie di sorprese ad ogni angolo, al di là di ogni mia più rosea aspettativa.
Quale fattore decisivo, il clima si è rivelato incredibilmente clemente, specialmente nella seconda settimana, quella con il panorama migliore (e i tratti più impegnativi): ciò è solo in parte frutto di un accurato studio delle statistiche meteo degli anni precedenti, che hanno orientato la scelta del periodo alla seconda metà di agosto, quella con la maggiore probabilità di beltempo. Però sono tuttora convinto chein fondo, ho solamente avuto moltissima fortuna., una fortuna sfacciata, che avverto l'obbligo di raccontare e il piacere di rivivere.







Giorno 1 - Martedì 19.08.2014: Casa-Aeroporto-Oslo

Sveglia da panettiere, alle 04.30. Quando scendo per prendere l'auto piove e fa fresco. La bici e il borsone sono già nel bagagliaio dalla sera prima, impacchettati grazie all'imprescindibile aiuto del mio amico Luca. Grazie ad una scelta certosina di accessori, vestiario e attrezzatura, i pesi sono stati contenuti nei limiti imposti dalla linea aerea, ed ho basato tutto il bagaglio su uno zaino a tenuta stagna, un borsone da 18 kg più la sacca portabici in cordura flessibile, corredata di un'adeguata imbottitura all'interno. Arrivato all'aeroporto e lasciata la macchina, tutta la mercanzìa si rivela comunque di un peso considerevole, sommando i "carica e scarica" dall'auto alla navetta del parcheggio lunga-sosta, sul trolley e infine sul nastro del check-in. Devo farmi aiutare, cominciano già a farmi male le ginocchia. Allo stesso tempo iniziano le domande incuriosite di chi mi vede da solo maneggiare tutta quella roba. Impegno la mente nei piccoli compiti della partenza, lungamente pianificati e immaginati nei mesi precedenti, ma soprattutto per celare a me stesso l'effettiva portata delle incognite del viaggio. Per quanto accurata possa essere la pianificazione, è stato e sarà sempre così: i primi tre giorni di un viaggio in bici sono i peggiori, perchè rappresentano lo "stacco" iniziale in cui misurare le risorse motivazionali, mentali, fisiche, atletiche, di adattamento; il vero viaggio inizia dal quarto giorno. L'imbarco sul volo per Oslo avviene sotto una bella pioggerellina battente e 14°C di temperatura.






Sull'aereo attacco bottone con una coppia matura che si interessa al mio viaggio, per averlo letto sul retro della maglietta. L'arrivo a Oslo Rygge, a un'ottantina di km a sud della capitale, è soleggiato e caldo, con 18°C. Una autentica beffa, pensando al clima lasciato in Italia. Ritiro la bici e il borsone, esco dall'aerostazione e mi imbatto nella prima sorpresa: il bus-navetta per la città, di cui ho pre-acquistato il biglietto assieme al volo mesi prima, non c'è. Mi informo all'apposito bancone, e mi viene gentilmente spiegato che la compagnia esercente è fallita tempo fa, non resta che trovarmi un posto alla svelta sulle navette rimanenti. Mi sento un pò a casa, il Made in Italy sta prendendo piede anche in Scandinavia. Con un colpo d'occhio noto che i bus si stanno riempiendo dei passeggeri del mio stesso volo, e sono già sul punto di partire. L'arrivo del volo successivo è previsto per la tarda mattinata, il rischio è quello di perdere ore in attesa della prossima navetta. L'arrivo alla stazione dei bus di Oslo non è dei più semplici, soprattutto perchè non è proprio vicinissimo alla stazione dei treni, presso il cui deposito bagagli ho stabilito di lasciare gli imballaggi e le imbottiture per tutta la durata del viaggio. Onde scarrozzare tutto il caravanserraglio riesco a trovare un carrellino portabagagli su cui adagio orizzontalmente la sacca della bici e il borsone: ne ottengo un semicingolato ibrido a propulsione umana con apertura alare di due metri, di non facile gestione. Ora, una piccola digressione: nel mondo scandinavo (ho notato la stessa cosa in Finlandia, Svezia e Danimarca) le infrastrutture pubbliche sono progettate e realizzate per consentire di spostarsi tra edifici, anche distanti tra loro, senza uscire all'aria aperta (e mi pare sufficientemente facile intuirne le ragioni). Tali edifici, quindi, presentano dei ponti di passaggio chiusi, finestrati e a tunnel, sospesi sulle strade sottostanti, che proteggono dal gelo invernale. La pensilina che sto percorrendo col mio piccolo autoblindo senza motore si restringe in più punti: mi incasino non poco prendendo dentro ogni spigolo, colonna e stipite lungo tutti i tortuosi settecento metri che portano verso la stazione dei treni, dentro e fuori dal tunnel. In alcuni passaggi - degni del migliore Bear Gryllis ma senza la finzione scenica - sono costretto a togliere le sacche dal carrello per poter varcare le porte ad apertura automatica, spingere il carrello due metri oltre e varcare l'uscita, per poi caricare nuovamente e avanti così fino alla prossima strettoia. Vengo colto dal panico in presenza di una porta girevole, ma un passaggio laterale mi offre una comoda scappatoia. In quasi un'ora e mezza riesco quindi a raggiungere la stazione dei treni, sudato marcio in Norvegia. Per trovare il deposito bagagli ci metto un ulteriore tempo biblico, e vago come un pirla per i TRE piani della stazione (ovverossia un immenso centro commerciale con uso di binari), passando e ripassando dagli stessi posti che paiono disegnati da Escher, e aggiungendo ritardo a ritardo. Quando alla fine ci riesco, per decifrare le istruzioni per l'utilizzo degli armadietti portabagagli perdo altro tempo che neanche Champollion per la Stele di Rosetta. Nel mio intimo si fa strada la consapevolezza di essere rimbecillito, ma cerco di tenere duro. Mi cerco un angolino per rimontare il mezzo, ma l'inquietudine mi assale come scopro di non poter fare telefonate: nonostante le rassicurazioni ricevute in patria dal call center del mio operatore telefonico, la mia SIM non vuole funzionare, e ogni tentativo di chiamata genera una risposta automatica in ostrogoto (forse antico vichingo). Con l'ausilio di due altezzosi ragazzotti da presso che si prestano alla estemporanea traduzione, apprendo che il messaggio mi avverte di non essere abilitato alle chiamate uscenti. Avendo sino ad allora basato una quota importante della mia sicumera sul fatto di poter chiamare casa (per non replicare l'errore commesso in occasione del viaggio in Corsica nel 2012), mi concedo un ulteriore spavento realizzando che:
  • ci sto mettendo tempi da Fabbrica del Duomo per compiere operazioni che avevo pianificato come elementari, un-due-tre e via;
  • dal mio arrivo sono già trascorse QUATTRO-ORE-QUATTRO senza essere neppure riuscito a montare la bici;
  • senza quest'ultima non posso uscire dalla stazione a procacciarmi una SIM norvegese in tempi ragionevoli;
  • il deposito bagagli chiude alla 17.00, ovvero tra poco;
  • i negozi in Norvegia chiudono alle 18, ovvero da lì a due ore, includendo il montaggio bici, il deposito della fuffa, cercare il negozio di telefonia e qualcosa da mangiare, eccetera....
Schiaccio il tasto dell'avanzamento veloce (sul tasto c'è scritto "Modalità STRIZZA"), e in trenta minuti rimonto la bici. In un altro quarto d'ora deposito le sacche e gli imballaggi, ho un capitale di un'ora e un quarto residuo per cercarmi una SIM. Grazie al suggerimento di due commessi di un chiosco, trovo una rivendita di un operatore internazionale, lascio la biga carica fuori dalla vetrina assoldando all'istante come guardia una promoter decisamente agèe, singolarmente pingue e di azzurro vestita, ma sorridente. Faccio la mia coda, concludo il mio acquisto, esco finalmente dal negozio che il mondo mi sembra più bello. Ma solo per scoprire tre minuti dopo che il numero attribuitomi non funziona. Il tempo di girare i tacchi per rivolgermi al rivenditore e letteralmente mi sbattono la porta in faccia: ore diciotto-zero-zero-e-zero-secondi. Perdo alfine la calma e il savoire-faire, e tempestando di pugni la porta a vetri inveisco che mi hanno fregato. La commessa, adolescente, asiatica e anch'essa sovrappeso, inizialmente granitica e col ditino implacabilmente puntato al quadrante dell'orologio, alla fine cede e mi riapre la porta. Un veloce controllo e in effetti la SIM risulta difettosa. Sostituzione e attivazione seduta stante, e finalmente, alle 19, mi avvio verso il campeggio. La luce sta calando e il cielo plumbeo rende tutto più scuro, ma faccio la prima conoscenza con il crepuscolo estivo scandinavo: una lunghissima sfumatura di luce in calando, che porta assai gradatamente dalla luce diurna al buio nello spazio di tre-quattro ore. Mi aggancio alla traccia del GPS memorizzata a casa, e passo nella zona del nuovo Teatro dell'Opera, un quartiere chiamato Barcode nato dal nulla riqualificando la vecchia area del porto, e irto di edifici avveniristici e arredi urbani all'avanguardia.






















































Mi ritrovo dopo poco a inerpicarmi su pendenze proibitive nelle mie condizioni di carico. Sospetto la fregatura: sto percorrendo una traccia postata da qualcuno in uno dei mille siti consultati per preparare il viaggio, MA PERCORSA AL CONTRARIO, IN DISCESA. Mi arrendo a spingere la bici a piedi. Una signora molto gentile anche lei in bicicletta si offre di mostrarmi una via rapida per il campeggio Ekeberg, mèta del giorno, appollaiato sulla sommità dell'omonimo colle a est della città. La gentildonna, ahimé, omette ingenuamente di precisare che cotale scorciatoia, tagliando un ampio tornante, prevede un passaggio su scalinata ripida, stretta, malmessa e scivolosa di umidità: ci ritroviamo in due a sbuffare per portare su i miei trenta chili abbondanti di bicicletta sino alla soprastante strada. Riparto e in un paio di comode curvone panoramiche (foto obbligatoria) vedo il campeggio sorgere nel mezzo dell'omonimo parco sul già citato e omonimo colle.
























Check-in e finalmente posso telefonare a casa e dare mie notizie. Con animo sollevato monto l'accampamento, ruminando nel contempo il pensiero di sfoltire ulteriormente la mercanzìa al seguito: la strada dell'indomani passa dalla stazione e posso aprire l'armadietto per depositarvi altra roba di cui posso sbarazzarmi. Dopo cena procedo all'operazione, e prima di addormentarmi lascio già pronto un mucchietto di altre cose meno utili.





























Giorno 2 - Mercoledì 20.08.2014 - Oslo-Drammen-Kongsberg-Campeggio Pikerfoss

Nella notte ha piovigginato. Al risveglio il sole occhieggia già alto tra le nubi, il cielo si è aperto ma l'umidità è notevole. Ingrano la marcia un pò lentamente nelle operazioni di colazione e toilette, non lascio il campeggio proprio prestissimo, e le operazioni al deposito bagagli della stazione non vanno proprio spedite: una comitiva di tre russi sta facendo casino con gli armadietti come fossero in dodici, appropriandosi di tutto lo spazio, e io con bici carica non posso che attendere che tolgano il disturbo. Quindi mi avvio che sono le 11. Per uscire dalla città in direzione ovest ho memorizzato una traccia reperita sul web, originariamente percorsa dall'autore in senso inverso e in moto... Ne consegue una sfilza di intoppi, deviazioni, sensi unici e divieti di transito, direzioni da interpretare, sbagli e controsbagli. Comunque il traffico di Oslo è esemplare nei confronti dei ciclisti, tutto molto ordinato, in un paio di ore un solo colpo di claxon ma di sfuggita, proprio perchè era necessario, ma suonato con molta vergogna. Comode e larghe piste ciclabili, lungo un'alternanza di architetture ultramoderne e stili ottocenteschi. Mi avvedo quasi subito dell'insidia mortale che si annida in uno scenario apparentemente così pacifico e bike-friendly: LE AUTO ELETTRICHE. Se non le vedi arrivare con gli occhi, nemmeno le senti con le orecchie. E io, povero ciclista abituato a ogni genere di scappamento, avvisatore acustico, tromba da stadio, sussulto al comparire di un cofano non annunciato dal rumore del motore. Intendiamoci: in Norvegia non rischi che ti tirino sotto le auto, ma rischi di farti male perchè sbandi per lo spavento provocato da un'auto a batteria che APPARE DAL NULLA. Nel mio procedere ad occidente passo accanto alla sede originaria dell'Istituto del Premio Nobel per la Pace (unico Premio Nobel assegnato in Norvegia, ora in una nuova sede sempre a Oslo, mentre i rimanenti vengono assegnati dall'Accademia di Svezia a Stoccolma).



































Quasi senza accorgermene, a un tratto Oslo finisce, e si sfilaccia in un pulviscolo di abitazioni sparse che, come scoprirò, costituisce la normalità abitativa norvegese. Più o meno densamente, il paesaggio è punteggiato di case in legno dal tetto a doppio spiovente simmetrico, praticamente tutte uguali con poche variazioni, e tinteggiate unicamente di rosso mattone, oppure grigio chiaro, o beige, o bianco. Punto. Talvolta qualcuno azzarda un azzurro, ma deve trattarsi del solito buontempone esibizionista. La rotta che seguo mi fa costeggiare un tratto della ampissima baia di Oslo, frastagliata e caratterizzata da continui saliscendi.










































































































































































In corrispondenza dei centri abitati (pochi), e per tutta la loro lunghezza, la strada principale è affiancata da una corsia ciclopedonale, con l'evidente scopo di raccordare la viabilità locale, senza la necessità di impegnare la strada maestra. Presumo che in inverno la stessa viabiltà locale sia percorsa con gli sci, o con le slitte. In capo a due ore dalla mia partenza lascio la baia di Oslo, e il panorama si fa marcatamente rurale. Dalla strada si vedono pascoli e fattorie: praticamente ognuna - ognuna - di esse sfoggia un alto palo bianco su cui svetta un guidone coi colori nazionali. I pali - comunque presenti - che non sfoggiano il vessillo nazionale indicano una fattoria disabitata.





















I saliscendi si succedono con regolarità, e nonostante l'assenza sinora di altezze significative da scalare, queste mini-colline fanno accumulare la salita totale della giornata. Osservo che l'impatto delle infrastrutture umane sull'ambiente naturale è mantenuto - con evidente intento - al minimo possibile, ivi incluse le opere stradali per ridurre le pendenze: laddove vi sia un colle, la strada ne segue il pendìo. Non posso fare a meno di ragionare dentro me che in Italia, per molto meno, spianiamo colline, costruiamo viadotti, affettiamo montagne. Mentre mi trovo circa a metà strada tra Oslo e Drammen vengo letteralmente inseguito da un ragazzino su un longboard, che mi avvicina e mi domanda - in palese equivoco - se io provenga dalla Corsica.


Dopo una veloce spiegazione ci salutiamo e riprendo la via, mentre il ragazzotto parte come una scheggia. Sto percorrendo oramai da molti chilometri la ciclabile che costeggia la strada principale, è tarda mattina e dopo un pò mi fermo a fare la mia prima spesa. Faccio così conoscenza con lo scatolame norvegese, particolarmente assortito come in tutti i Paesi esteri che mi sia capitato di visitare. Dopo un accurato giro del market propendo per dei salumi locali con delle spianate messicane (?) per il pranzo, e un voluminoso barattolone ripieno di spaghetti al sugo con polpette, per la cena. Il cassiere mi informa però che non hanno a disposizione bombolette del gas per fornelli da campeggio. A discapito delle previsioni, mano a mano che procedo si fa sempre più nuvoloso. La regione adesso è più boschiva, e affronto qualche saliscendi, ma sempre su ciclabile. La strada verso ovest attraversa il confine tra la Contea di Akershus, quella della Capitale Oslo, entrando in quella di BuskerudMi concedo anche una mini-sosta, incuriosito dal laghetto di Damtjern poco distante dalla strada. Lo specchio d'acqua, dall'apparenza perfettamente circolare, è racchiuso da pendici boscose e verdissime, che assieme al cielo screziato di nubi si riflettono sul pelo dell'acqua perfettamente immobile. Tolto un solitario baldo giovine mollemente sdraiato a prendere il (pochissimo) sole, non c'è nessuno.























































































Poco prima di Drammen, lungo un rettifilo tra campi di cereali mietuti di recente, mentre sto scattando qualche foto mi avvicina un arzillo buontempone in bici, munito di codino nonostante gli apparenti settant'anni suonati (probabile vestigia di un passato fricchettone). Ci tiene a farmi sapere di avere riconosciuto la bandiera sarda, di avere visitato l'Isola, e di avervi colà appreso una differenza fondamentale con il sentire Norvegese. In Norvegia infatti vige il detto "Tutto il bene viene dal mare" (pesca, commercio, gas e petrolio), mentre per la Sardegna il mare è da sempre stato foriero di conquista straniera, sciagure e disgrazie varie. Al termine del dotto soliloquio saluto e proseguo. Entrando a Drammen approfitto dei Magazzini Maxbo di articoli per bricolage e fai-da-te per comprare la bombola di gas per il fornello. Anzichè trovarla negli articoli da campeggio e barbecue, la trovo tra i saldatori a gas: un pernicioso dubbio si insinua nel retrobottega della mia mente, ciònonostante lo ignoro, pago e me ne vado con la fastidiosa sensazione di stare tralasciando un dettaglio importante. Il centro della città di Drammen giace a cavallo del fiume Drammenselva, alla foce del quale sorge un'isoletta che fa da appoggio intermedio ai due maestosi e modernissimi (e trafficatissimi) ponti che lo scavalcano. Una punta dell'isoletta è stata trasformata in parco pubblico: passandoci con la ciclabile ci faccio un giro, tra una popolazione di anatidi di ogni sorta, genere, tipo, colore e dimensione. La densa presenza dei pennuti acquatici è testimoniata dagli estesi giacimenti di guano di cui è asfaltato ogni centimetro quadro del parco. Cerco di fare del mio meglio per non imbrattarmi, mentre il cielo verso ovest è sempre più livido e gonfio. Passo dall'altra parte del fiume, in un bel vialone cittadino mi fermo per uno spuntino a base di tortillas e prosciutto. Dalla piazzetta che ho scelto per la sosta mi godo la visuale delle architetture, il ponte ciclopedonale sul fiume, lo struscio.























































































Riprendo il cammino seguendo il lungofiume, in uscita dalla città in direzione di Hokksund. Il panorama adesso presenta verdi alture che chiudono le sponde del corso d'acqua, che scorre lento e placido. Mentre sono lì che approfitto di una sosta per scattare delle foto sopraggiunge un papà con bimbo in bici e carrellino con cane. Il più adulto dei tre rimane colpito dalla mia bici e comincia a informarsi sull'itinerario. Si offre anche di scattarmi delle foto col mio telefono, e chiacchierando mi rende partecipe del suo progetto di passare anche lui il weekend successivo sulla Rallarvegen.
























Dopo esserci salutati, in meno di dieci minuti attacca a piovere, inizialmente per poco, e lievemente. Mi concedo anche un errore di rotta, che mi impegna per una decina di minuti di andirivieni lungo un'anonima stradina prima di azzeccare la svolta giusta. Il cielo si ricarica e comincia a buttare giù secchiate di acqua, accompagnate da una scenografia di lampi e tuoni. In uno squarcio tra le nubi basse e scure, preceduto da un rombo costante in avvicinamento, avvisto un DC-3 Dakota. Scoprirò poi che si tratta dell'unico DC-3 norvegese tenuto in condizioni di volo, usato per voli turistici, che quel giorno stava compiendo un'escursione nella zona. Nonostante gli elementi si stiano scatenando attorno a me, la visione familiare mi comunica buon auspicio, e siccome anche la percorrenza di oggi si è trasformata in un'incognita, decido di mangiare. Sotto un'acqua e un ventaccio sferzante, in campo aperto e al bordo di una strada in mezzo al nulla, io mangio. L'atto della nutrizione, ed il suo bagaglio di soddisfazione dei miei bisogni primari, mi aiuta a focalizzarmi e allontanare l'incertezza del momento. Rinfrancato da un altro paio di tortillas al prosciutto riprendo a pedalare con più slancio. Tra Hokksund e Kongsberg continuo a seguire la pista ciclabile che corre parallela alla strada principale, e dopo un pò spiove. E' proprio fidandomi delle indicazioni ciclabili che indicano la via per Kongsberg che cado in un trappolone micidiale: l'innocuo cartello marrone con la freccetta e la biciclettina, infatti, mi fa lasciare la direttrice principale svoltando verso destra. Vado a sbattere contro un muro che stimo non meno del 10-12%, a fine giornata, con più di 80 km nelle gambe, a pieno carico, su fondo bagnato. Comincio a inerpicarmi ma dopo poco ci rinuncio, e smonto per spingere a piedi. Il viottolo asfaltato sormonta 40 metri di dislivello in meno di 500 metri. Mi ritrovo sulla vecchia strada di collegamento, che in mezzo a boschi di conifere sgocciolanti continua a salire ancora per un pò. Entro alfine a Kongsberg bagnato fradicio e col cielo che scurisce. Riesco appena a celebrare nella mia mente l'attraversamento del famosissimo ponte, con le sue decorazioni a forma di moneta (Kongsberg è stata si da tempi antichi la sede della Zecca Reale Norvegese, grazie alla presenza nella zona di miniere di argento). 


[Fonte Wikipedia]
























Non senza alcune incertezze sulla direzione da seguire riesco ad arrivare al locale Ostello della Gioventù, dove però un costernato receptionist mi comunica che non ci sono posti disponibili. Mi associo alla costernazione del giovane e incravattatissimo impiegato, che però prima di congedarmi mi propone qualcosa di mai sentito: rivolgermi ad un hotel poco distante - lussuosissimo - che mi concederebbe l'uso dei servizi igienici per una doccia, mentre per piantare la tenda mi dovrei arrangiare da solo piantandola nel vicino parco pubblico in riva al fiume. Incredulo e sospettando una forma di scherzo di cattivo gusto riservato ai turisti stranieri, mi dirigo comunque verso l'albergo a cinque stelle indicatomi. Lasciata la biga fuori, faccio il mio luridissimo ingresso in una paludata reception foderata di moquette e luci soffuse che neppure un film svedese a luci rosse anni '70, con annessa clientela à-la-page. Al colmo dello stupore, apprendo dal concièrge di essere stato preceduto dalla telefonata del receptionist dell'ostello che avvisava del mio arrivo. In piena nonchalance mi viene offerto un ingresso alla SPA del locale per 150 NOK (quasi 15 Euri), prezzo a forfait senza limiti di tempo, e per corroborare il deal mi viene pure indicato a dito il pratone antistante, sulla riva del fiume, ove successivamente piantare l'accampamento. Senza inutili orpelli, futili preclusioni mentali, puzze sotto al naso: business as usual. Faccio così la conoscenza dell'ospitalità in salsa norvegese, ampiamente improntata sull'"Every Man's Right". Ciònonostante ringrazio e declino. Dentro me comincio ad essere inquieto, e quando mi inquieto dò il meglio. Riprendo a pedalare in modo forsennato e in 25 minuti netti copro gli 8 km restanti fino al campeggio Pikerfoss, méta prevista della tappa di oggi. Arrivo oramai col buio, e la prima impressione non è delle più brillanti. Tutto bagnato, pesante, fangoso, per nulla illuminato, freddo e privo di una amichevole reception. Anzi, privo di una reception qualunque, il luogo presenta decisi tratti di spartana essenzialità. Il tipo di esercizio che in Italia avrebbe incontrato serissime difficoltà ad ottenere una qualsivoglia licenza. Nonostante vi siano roulottes e tende piantate con luce accesa all'interno, la sensazione è di deserto. Quale unica traccia evidente di vita umana si distingue per rumorosità una grossa roulotte di nomadi balcanici, regolarmente collocati in un'altrettanto regolare piazzola. Mentre rifletto su questa inusuale soluzione organizzativa monto la tenda, dopodichè penso alla doccia ed al bucato. Tutti i servizi sono situati in una minuscola baita in legno di 20 mq, nel cui ambiente sono stati ricavate due cabine wc-doccia, il locale lavanderia (lavatrice e asciugatrice una sovrapposta all'altra), l'acquaio per le stoviglie. Dal registro delle prenotazioni scopro che la lavanderia è già occupata dai nomadi fino oltre mezzanotte, e quindi non mi rimane che attendere per trequarti d'ora la fine della loro doccia, in piedi e condividendo l'angusto spazio con due loro signore che attendono il proprio turno; per fortuna il micro-locale è riscaldato con lo scarico dell'asciugatrice. Si materializza il proprietario del campeggio, che in maniera asciutta ma cortese riscuote il dovuto per l'ospitalità. E' la prima volta che mi capita di assistere a questo modo di fare affari. Con una mezz'ora di doccia bollente (a consumo libero) mi ripiglio un pò, e mi posso dedicare alla cena prima di andare a dormire. Il dubbio che si è insinuato nella testa all'atto dell'acquisto della bombola di gas alfine esplode: non ho verificato che l'attacco sia compatibile con il fornelletto. E infatti non lo è, e ora dispongo di una bombola di gas nuova ma inutilizzabile e di un barattolo di spaghetti al sugo con polpette e wurstel da mangiare a temperatura ambiente, cioè qualcosa meno di 10°C. Mentre mastico in modo rassegnato nel buio umido faccio la prima considerazione: come inizio, beh, non c'è male. Mentalmente ripercorro la mappa dei punti di rientro anticipato sul percorso, ancora per domani pedalerò lungo una delle poche ferrovie del Paese, e non si sa mai. Adesso però siamo in ballo: e allora balliamo, domani si vedrà.


Distanza tappa: 113 km
Durata tappa: 8h00'
Media tappa: 14.8 km/h
Salita cumulata tappa: 1850 mt





















Giorno 3 - Giovedì 21.08.2014: Kongsberg (Campeggio Pikerfoss)-Nore

Notte priva di storia, tolto (alle 3) il fragoroso rientro alle loro tende di un gruppo di motociclisti tedeschi, che Iddio li abbia in gloria il prima possibile. Colazione con cioccolato alle nocciole e thè caldo, faccio le mie cose e tolgo il disturbo. Anche oggi il cielo è ornato di nuvole più o meno alte, ma per oggi non dovrei incorrere nelle antipatie di Giove Pluvio. La strada è orientata verso nord, verso il cuore del mio viaggio, e dal giorno prima, da Kongsberg, è divenuta la Nasjonal Sykkelrute nr. 5, anche detta Numedalsrute. Il paesaggio si fa più alpino, i saliscendi più pronunciati, percorro il fondovalle lungo il fiume Numedalslågen, tra pendici boscose e campi coltivati.

































































































































La missione della mattinata è reperire la benedetta bombola per il mio fornello, il clima impone di consumare pasti caldi altrimenti sono problemi. Prima di lasciare il camping mi sono sbarazzato di quella di ieri lasciandola nella capanna dei rifiuti, nonostante fosse nuova di zecca, e per trovarne un'altra il proprietario mi suggerisce di rivolgermi alle stazioni di servizio della Compagnia petrolifera di Stato, la Statoil. Essendo diretto verso nord, il poco sole che filtra produce un notevole sbalzo termico tra le zone illuminate e quelle in ombra, fresche e umide. Ne consegue un continuo coprirmi-e-scoprirmi a seconda che percorra il fondovalle allo scoperto o passi sotto la chioma dei boschi. Ai lati della strada comincio a notare il curioso colorito dei corsi d'acqua che scendono dai pendii: sono talmente carichi di torba disciolta che sembrano infatti fiumi di Coca-Cola.






























A causa di questa particolarità, imparo "sul campo" che NON potrò attingere alla copiosa acqua che vedo scorrere dappertutto per dissetarmi, e quindi devo organizzarmi per avere sempre una scorta di acqua potabile con me. Siccome nella stessa direzione corrono due strade, la n° 40 e la più piccola 116, che giocano a rimpiattino scavalcando continuamente il fiume, cerco di capire quale sia la più conveniente da seguire. Alla fine scelgo la n° 40, che appare meno impegnativa dal punto di vista altimetrico. Anche se più trafficata, la sensazione di sicurezza non mi abbandona mai, grazie allo stile di guida dell'automobilista norvegese medio. Comincio a notare, a bordo strada, la guizzante presenza di minuscoli roditori dal pelo color marroncino, molti dei quali, a furia di guizzare, finiscono spiaccicati sotto le auto: la banchina stradale infatti è punteggiata con regolarità dalle impronte pelose ed appiattite degli esemplari più disattenti. Giunto a Lampeland mi appare una delle agognate stazioni di servizio Statoil, mi fermo per acquistare la bombola di gas, ne approfitto per la toilette e per agganciarmi al wi-fi dell'adiacente albergo. Come leggo "free wi-fi", entro con discreta sfacciataggine nella reception, dove una cortesissima e canutissima signora mi indica con grazia celestiale le credenziali per la connessione. Esco tra mille ringraziamenti e mi trattengo nel tepore leggermente assolato del parcheggio. Sul retro della stazione di servizio ci sono dei tavolini, occupati da gente di passaggio. Mentre sono lì che smanetto sul cellulare, un relitto umano dall'apparente età di trent'anni molto mal portati sta attraversando con passo incerto l'ampio piazzale. Non trova di meglio che sdraiarsi a tre metri da me, i vestiti tanto integri quanto sudici (e se quelle sono le abitudini ci credo). Una volta terminato di fare i comodi miei riprendo la strada, passando dalla parte opposta del fiume poco dopo essere uscito dal paese. 





































Attraverso piccoli borghi con le abitazioni pitturate dell'immancabile colore rosso mattone, e praticamente in ciascuno di essi si trova un market per servire la comunità dispersa nel circondario. No centri commerciali, no cattedrali consumistiche, no bulimia cementificatrice. Spesso vedo in questi piccoli centro dei posticini deliziosi: attraversando Veggli nel tardo pomeriggio, ad esempio, decido che è ora di fare merenda e mi fermo ad una "Bakeri" (non credo servano traduzioni) e mi concedo una fetta di cheescake degna di un campionato intergalattico, un cappuccino e una bicchere di succo di mela, tutti di dimensioni più che generose. Mi trattengo ai tavolini all'esterno, le nubi stanno cedendo al sole e la temperatura si mantiene dolce e gradevole. Uscito dal paesello riattraverso una volta ancora il fiume, e con qualche ulteriore saliscendi alla sinistra idrografica (ci sono cantieri di rifacimento strade, e l'asfalto è assente) costeggio due grandi laghi, il Kravikfjorden e il Frygnefjorden, sul primo dei quali campeggia un ponte spettacolare.




























































Poco più a nord si apre il Norefjorden, un cuneo di acque scure rinchiuso tra le alture, attorno sulla cui sponda settentrionale sorge il campeggio méta della giornata. Provenendo da sud, mi imbatto quasi per caso nel Camping Norefjord, adagiato sulla lingua di terra che separa il Norefjorden dal Frygnefjorden. Faccio una veloce botta di conti con l'aiuto della mappa: il lago su cui mi trovo è lungo circa 8 km da nord a sud, e la strada ancora da fare per la tappa originaria, il Camping Fjordgløtt, è di 11 km. Il risultato dell'equazione mi induce ad approfittare dell'inaspettata scoperta, e quindi decido seduta stante di fermarmi al Norefjord. Dalla strada principale al campeggio si accede scendendo per una corta e ripida rampa asfaltata fino al pratone su cui sorgono le tipiche "hytta", le semplici mini-baite in legno da affittare, prive di servizi igienici e munite solo di letti e un tavolo. Su due lati il pratone è delimitato dal lago, i restanti due lati sono chiusi dalle strade. Lungo il lago vi è un allineamento di svariati caravan e case mobili, e le hytta saranno una dozzina: ciònonostante sembra che io sia l'unica forma di vita nel luogo. Mi torna in mente quanto recitato dalla guida turistica della Lonely Planet: in Norvegia la stagione turistica è finita da quasi un mese, e magari solo trenta giorni fa questo era un posto affollatissimo. Individuo la baita della reception, su cui è affisso un numero da chiamare per avvisare del proprio arrivo. Telefono, e la giovane e incerta voce femminile che risponde prende atto del della mia presenza e mi avverte che qualcuno passerà più tardi, o forse domani, per ritirare il dovuto. Accosto la biga ad un inspiegabile putrella metallica piantata in verticale nel prato come il monolito di Odissea nello Spazio, e visto che il posto è del tutto deserto mi punge vaghezza di curiosare nelle baite. Gironzolo così nel camping e, come prevedevo, la porta delle hytta è aperta. Ficco il naso dentro, è una baita di una semplicità assoluta: due letti sovrapposti, un tavolo accanto alla finestra, una stufa. Niente armadi o ripostigli, niente bagno, niente lenzuola. Praticamente campeggiare al netto della tenda. Squaderno l'accampamento in una zona centrale di campo aperto, nella più totale e silenziosa solitudine. Terminate le pratiche inerenti la nutrizione (con un bel risotto liofilizzato portato da casa), l'igiene (con una doccia a 80°C durata un'ora buona) e il bucato, come mi infodero in tenda arriva puntuale il proprietario per riscuotere il fìo. Due parole veloci, dopodichè buonanotte. Alle 23 è ancora presente un certo chiarore nel cielo, accompagnato da un'umidità pazzesca. Entrambe le circostanze non mi impediscono di perdere i sensi in tre minuti scarsi.

















































































Distanza tappa: 77 km
Durata tappa: 4h20'
Media tappa: 14.8 km/h
Salita cumulata tappa: 570

Distanza totale: 190 km
Durata totale: 12h20'
Salita cumulata totale: 2.420 mt











Giorno 4 - Venerdì 22.08.2014: Nore-Geilo


Mi risveglio come se nottetempo avessi ingaggiato una mischia con Martin Castrogiovanni, occhi pesti e dolori ovunque. Considero tra me e me che sono ancora nei famosi "primi tre giorni" di un cicloviaggio, quelli in cui la vera difficoltà è affrontare te stesso e i tuoi limiti. Dopo avere sbrigato le mie cose - sempre in assenza di qualsivoglia forma di vita umana - prendo abbrivio che sono scoccate le 10.





































Risalgo la rampa micidiale che porta al piano strada. Poco distante c'è un market a cui mi rifornisco, e come esco viene invaso da una torma di giovani in abiti da lavoro pesante (operai?) che si procurano lo spuntino di metà mattinata. Proseguo verso nord lungo la strada n° 40, il cielo è coperto me almeno per adesso non piove. L'aria invece è fresca, mi sono imbacuccato per benino e il miracolo del pedalare fa sì che mi riscaldi in breve tempo. 






















































































Non c'è vento, quindi niente fatica superflua. In compenso però cominciano a sentirsi le pendenze più pronunciate, e ci metto quello spunto in più che mi porta fino a Rødberg. L'immancabile lago di fondovalle è sbarrato da una diga, la curiosità è troppa e mi fermo a visitarla, seguendo l'esempio di una comitiva di svedesi decisamente agée che intanto sta risalendo su un paio di bus turistici. Riparto, e attraverso il fiume su una pensilina ciclabile che affianca il ponte: il passaggio è realizzato con una grata di metallo, e la vista sul tumultuoso corso d'acqua sottostante toglie il fiato.




























Una volta fuori dal centro abitato la strada comincia a salire davvero. Nel silenzio di un ambiente naturale scarsamente turbato dalla presenza umana avverto un sinistro cigolìo provenire dalla trasmissione, non so bene se dalla catena, dai pignoni, dal movimento centrale o cosa. Inizialmente è curioso, mi ingegno per mantenere regolare il ritmo del cigolìo, prendendolo come un misuratore di cadenza di pedalata mentre salgo. In breve, però, diventa una noia mortale. Proprio in quel momento sfilo accanto ad un parcheggio in cui un gruppo di freestylers stanno sistemando le bici, c'è un furgone, alcuni di loro fanno numeri tra un muretto in cemento e uno spartitraffico. Inizialmente li oltrepasso, peraltro attirando la loro attenzione cigolando penosamente, poi mi viene in mente che, se ci sono ciclisti con furgone appoggio, ci DEVE essere anche dell'olio lubrificante. Torno indietro al parcheggio, e mi accolgono in modo assai gioviale. Scopro così che sono un gruppo di freestylers greci in trasferta per una competizione. Uno di loro ci tiene a farmi notare quanto sia rumorosa la mia bici (mortaccisua), e mi offrono uno spruzzo del loro spray lubrificante sulla catena. Dopo aver assistito ad un altro paio dei loro numeri ci salutiamo e riprendo la strada. Dopo poco la Sykkelrute 15 devia a destra, impennando decisamente in un muro di qualche centinaio di metri. Sono costretto a fare un paio di soste, stando attento alla profonda cunetta laterale ricavata nell'asfalto per far defluire le acque nella discesa. Dopo l'arrampicata la strada spiana, e comincio a viaggiare bene. La segnaletica per la Sykkelrute mi indica di deviare a sinistra, uscendo dall'asfalto per una carrareccia in terra battuta. Mi addentro quindi in un percorso incantevole, fatato, circondato di boschi, radure torbose, distese di muschio e tundra punteggiate di rotondeggianti massi di granito.
























Nessuna traccia di vita umana attorno, sono completamente da solo. Anche il cellulare non prende la linea. E' una sensazione stranissima, come essere letteralmente su un altro pianeta, sono avulso dal resto dellla popolazione umana. Sono completamente affidato ai miei sensi, al mio istinto, al mio buonsenso, ed è uno stato d'animo che non mi genera preocupazione, tutt'altro. Il fruscìo delle ruote sulla terra grigio-scuro, qualche pennuto che lancia il proprio richiamo, il rami al vento, qualche cascata ogni tanto sono la colonna sonora che mi accompagna per i trenta chilometri e più di questa esplorazione ultraterrena. I segni di presenza umana - al di fuori della pista - sono davvero ridotti al minimo: solo ogni tanto un cartello in legno, un piccolo gruppo di baite, un palo del telefono, una sporadica fattoria dal tetto ricoperto di zolle erbose.






























Ogni tanto incrocio un'auto, proveniente da non so dove. Mi imbatto in una coppia di maturi ciclisti norvegesi, coi quali scambio due parole sul meteo. Noto infatti che il cielo si sta scurendo, è una cappa grigia uniforme e quindi voglio sapere da loro se più oltre incontrerò pioggia. Ci separiamo in direzioni opposte, ora il tracciato passa da una zona acquitrinosa. Intanto il cielo comincia a buttare giù un pò d'acqua e inizia tirare vento fresco, mi copro.





































Dopo trenta chilometri trascorsi alla macchia ritorno sul pianeta Terra, incrociando la Strada n° 40 e svoltando verso destra in direzione Geilo. Mi affaccio quasi subito su una discesa ripidissimissima, tanto da meritare più di un cartello di attenzione per la pendenza incredibile. Mi precipito a rotta di collo lungo la china al 10% verso la sottostante vallata scavata dal solito fiume Numedalslagen. In corrispondenza del ponte sul corso d'acqua intravedo un centro rafting, e dentro me penso che varrebbe la pena di farsi un giretto. Però è tardi, e il cielo ormai non promette nulla di buono. Attraversato il fiume, in corrispondenza della località di Dagali sbatto su una salita esattamente speculare a quella appena percorsa in discesa. Mi applico quindi pazientemente a pedalare con tutta la regolarità di cui sono capace, e comincia a piovere, dapprima lievemente, poi sempre più pesantemente, fino a scrosciare acqua frammista a minuscoli chicchi di neve gelata. 

















Mi equipaggio alla bisogna con le braghe impermeabili, ma siccome stavolta scende più convinta del solito, rinforzo le misure indossando due sacchetti di plastica sopra le scarpe. Giunto sulla sommità di questo primo sforzo termina di piovere, e mi ritrovo sulla sinistra uno spiazzo con un cippo. Devio, mi avvicino, e leggo con crescente stupore la targa commemorativa bilingue che rammenta ai popoli che in quel punto, su quel passo, nel febbraio 1943 transitò la marcia a piedi dei partigiani norvegesi di ritorno dal sabotaggio dell'impianto ad acqua pesante nazista di Vemork, nel quale era in preparazione il materiale fissile per la bomba atomica tedesca (approfondimenti QUI, QUO e QUA). Pregno di cotanta lezione di storia affronto una seconda discesa, meno pronunciata, seguita dall'ennesima salita. Stavolta però le cateratte si spalancano seriamente, e mi becco un autentico diluvio minuto per minuto lungo l'ultima discesa verso Geilo. Nel piegare lungo le curve ci metto quel pizzico di attenzione in più, mentre precipito ai quarantacinque all'ora con gli occhiali appannati sull'asfalto allagato. Sfilo accanto agli impianti sciistici che fanno di questa zona une delle più rinomate della Norvegia per gli sport invernali, dopo Lillehammer. All'ingresso di Geilo spiove, e punto con decisione al primo centro commerciale, scegliendolo tra i mille altri allineati lungo lo stradone principale che attraversa la cittadina da est a ovest. Mi infilo nel parcheggio coperto per sgocciolare un pò prima di fare spese, quindi mi dedico senza alcuna fretta a scegliere lo scatolame del giorno.










































L'incertezza sul meteo dell'indomani però mi convince ad anticipare qui la sosta che avevo previsto di fare più avanti, a Flam: il quadro generale infatti vede il passaggio della coda di un'ampia perturbazione che dovrebbe togliersi di torno in ventiquattr'ore. Come conseguenza mi rifornisco per i pasti successivi. Raggiungo il campeggio, ampio e ben servito, e facendo la coda alla reception assisto all'arrivo di una coppia di italiani in gita fuori porta, con annessa adolescente. Anche con loro scambio due parole, loro alloggeranno all'ostello annesso al campeggio, prenotato per tempo. Si mostrano interessati al mio viaggio e ci scappa pure un invito ad unirmi a loro per cena. Senza troppa convinzione provo a domandare se sono disponibili camere singole, la risposta è ovviamente negativa, e quindi mi sbrigo a trovare un posto per montare la tenda e sbrigare le mie cose. Mi fanno lasciare la biga in una sala-ristorante sul retro, che dall'aspetto sembrerebbe attendere clienti da un bel pezzo.























Per cena mi unisco all'italico trio in vacanza, passo con loro una gradevole serata in un ristorante pseudo-italiano gestito da turchi. Lungo la via del ritorno al campeggio la temperatura è scesa un bel pò, ma almeno ha smesso di piovere. Mi infilo quindi nel sacco a pelo senza la pressione di dovermi riattivare la mattina dopo. L'unico problema sarà inventarmi qualcosa da fare per un'intera giornata......


Distanza tappa: 86 km
Durata tappa: 5h50'
Media tappa: 14.7 km/h
Salita cumulata tappa: 1.460 mt

Distanza totale: 276 km
Durata totale: 18h10'
Salita cumulata totale: 3.880 mt















Giorno 5 - Sabato 23.08.2014: Geilo

Bivacco molle e pigro, sveglia comoda. Piove ancora, tra me e me confermo la decisione di ritardare la partenza all'indomani. Colazione in camera, cioè dentro la tenda ancora chiusa: l'abside è sufficientemente spazioso da ospitare tutto il necessario, le borse Ortlieb sono impermeabili e quindi hanno potuto starsene senza timore all'esterno tutta la notte.






















Con la luce del giorno scopro di avere piantato la tenda in mezzo al circuito di minigolf. Non mi muovo dal camping, distribuendo a casaccio lungo la giornata tutta una serie di attività varie ed eventuali: faccio il bucato, dò mie notizie a casa, consulto il meteo per i prossimi giorni, gironzolo, riguardo le foto, ne scatto di altre.


























Esaurite le incombenze in ordine sparso, mi accomodo nell'accogliente salone dell'ostello a prendere qualche appunto e sorseggiare un thè caldo. Ad un tavolo di fronte trovo un tipo stranissimo, magro, arruffato, dinoccolato e prossimo alla mezza età, che avevo già notato attorno alla tenda in mattinata. Approfittando di una scusa tra il puerile ed il ridicolo mi attacca un bottone col filo di ferro a doppia mandata per il resto del pomeriggio. 






















E' anche lui un cicloviaggiatore solitario, è un insegnante tedesco di geologia alle scuole superiori, è già esperto di cicloviaggi in Norvegia, e mi dispensa i suoi racconti del tempo che fu, suggerimenti per la scelta dell'equipaggiamento, consigli sulle sue personalissime scoperte, cose così. In un sostanziale soliloquio apprendo una delle cose più curiose del Paese che mi ospita: tutte le chiese (e ce ne sono davvero parecchie) mettono a disposizione servizi igienici pubblici, gratuiti e, stando al racconto del tedesco, assai dignitosi. Un dritta notevole per il randonneur, che si aggiunge ai servizi igienici sopra la media che avevo già scoperto presso quasi tutti i market e stazioni di servizio. Intanto ha smesso di piovere e si è fatta una certa ora.




































Sul far della sera mi occupo della cena, a base del solito barilotto di spaghetti pre(s)cotti con polpette e miniwurstel. Approfitto di una delle buche del circuito di minigolf, posta su una piattaforma rialzata in cemento a due metri dalla tenda, che riesce particolarmente bene come tavolo di appoggio per cucinare col fornellino a gas.




In cielo intanto è un susseguirsi di schiarite e passaggi nuvolosi, ma il miglioramento è percepibile.









































Una volta rassettato tutto e raccolte le masserizie in preparazione della partenza dell'indomani, mi concedo due appunti di viaggio al tavolo del ristorante del campeggio, che si riveleranno l'ultima testimonianza ad essere scritta in concomitanza degli eventi, il resto è ricostruito a memoria grazie alle immagini. Mentre tutto concentrato mi godo la bella bella luce soffusa del locale, imperterrito si appalesa il rompiballe tedesco col suo corredo di chiacchiere e fuffa, e la mia serata comoda e propedeutica va in fumo. E vabbè. E allora buonanotte.























Giorno 6 - Domenica 24.08.2014: Geilo-Finse

Risveglio col bel tempo, anche il terreno si è asciugato un pò.

Intanto la coltivazione dela mia barba procede con soddisfazione, mi risparmia un bel quarto d'ora di tempo sulle pratiche igieniche mattutine. Soprattutto mi consente di ricordarmi con prontezza cosa io abbia mangiato nei pasti precedenti.




























Recupero la bici dal retrobottega, carico e tento di svicolare via prima che il ficcanaso tedesco mi scorga, ma non c'è nulla da fare, si materializza da dietro un muretto per i saluti finali. Comincio a pensare che si sia appostato per tenermi d'occhio e ghermirmi sulla soglia.
Sulla strada principale di Geilo sosto al vicino distributore Statoil per una breve spesa, cioccolato e cose così. Percorro con scioltezza lo stradone principale, che proprio a Geilo prende il nome di Nasjonal Sykkelrute n° 4 incrociando la n° 5 proveniente da sud. La pendenza è in salita ma è ragionevole, la strada è larga, l'umore alto. Le foto, praticamente, si scattano da sole...































































Il sole è ancora coperto da nubi che però dovrebbero togliere presto il disturbo, e passando lungo una serie di laghi di fondovalle, l'Ustedalsfjorden, l'Ustevatn e lo Sløddfjorden, in 25 km raggiungo Haugastøl, con un dislivello di 300 mt scarsi.


La località costituisce un punto notevole per il traffico turistico della zona, e infatti è notevolmente trafficato, anche perchè è domenica. Mentre sono sul piazzale della locale stazione ferroviaria con annesso albergo/ristorante/emporio per turisti, vedo spuntare fuori dal locale l'omone norvegese incontrato due giorni prima, col figlio piccolo in bici, mentre raggiungevo Konsgberg. Mi saluta calorosamente, forse stupito di vedermi DAVVERO lì. Scambiamo due chiacchere, mi informa sul suo programma, mi dà un paio di indicazioni di quelle giuste, e alla fine ci salutiamo.

















La strada asfaltata piega verso sudovest, in una direzione per nulla interessante. Haugastøl invece è anche l'estremità meridionale della celeberrima Rallarvegen, la strada di servizio usata dai manovali a fine '800 per costruire la ferrovia Oslo-Bergen. Trovo l'imbocco della strada praticamente celato dietro una affollatissimo parcheggio, con understatement tutto scandinavo.



La strada è a pagamento per le automobili, e un cartello invita cortesemente a depositare 50 corone in una cassettina posta entro una piccola baracca in legno, poco più oltre. 500 corone invece per un abbonamento annuale. Ovviamente non si tratta di un casello, non cè una sbarra, nulla. C'è solo un semplice invito a pagare.
Mi avvio lungo l'ottima sterrata, celebrando il momento dentro di me. Adesso il cielo si è aperto ma è presente un vento sostenuto, in senso contrario.
Il tracciato comincia con una bella terra battuta, che corre esattamente a fianco del vecchio sedime ferroviario: il norvegese incontrato ad Haugastøl mi ha raccontato che lungo questi binari è possibile noleggiare un carrello ferroviario, di quelli del far-west per intenderci, e percorrere una dozzina di chilometri a forza di braccia.
























A tratti, però, la linea ferroviaria diverge e prende altre, sconosciute direzioni. I saliscendi si susseguono, ed il guadagno di quota da affrontare oggi mi porterà dai 1000 mt di Haugastøl ai 1222 di Finse. La vegetazione cambia, e assume connotati decisamente alpini, con bassi arbusti e praterie che avvolgono le alture circostanti. Spiccano gli affioramenti di roccia granitica, levigati e arrotondati dagli elementi, decorati da fioriture di muschi e licheni. Mi lascio assorbire dal panorama che mi lascia letteralmente senza parole (ma tanto, essendo da solo, le parole sono davvero l'ultima cosa di cui avverto il bisogno).



Tra una ripresa, una foto, una sosta a vario titolo, vengo raggiunto da una comitiva in bicicletta notevolmente agée, con i quali non parlo subito, sorpassandoci alternativamente tra una sosta mia e una loro. Succede però che, nel mezzo del nulla più incantevole mai sperimentato, dobbiamo fermarci tutti quanti: una decina di metri più avanti, saltellando flessuosamente da un lato all'altro della strada, un ermellino in livrea estiva sta procacciandosi il cibo. Le movenze plastiche del piccolo mammifero sono letteralmente ipnotiche, e non sembra essere granchè interessato a noi. Mentre parlotto con gli ultranonni in bicicletta - che scopro tedeschi - cerco di far avvicinare la bestiola a tiro di foto tirando un biscotto ai cereali, ma l'astuto mustelide preferisce allontanarsi, liberando così la strada. Eccetto un paio di automobili che transitano con molto rispetto, per poi perdersi chissà dove, non incontro mezzi a motore. Anche trattandosi di un giorno festivo, di ciclisti se ne vedono pochi, e quei pochi soprattutto in senso inverso: devo tenere presente che in questo Paese la stagione turistica è terminata da un paio di settimane, e ne noto gli effetti. Sotto il profilo sensoriale l'esperienza è ricchissima di stimoli, l'intensissimo profumo di sottobosco e legno, il suono delle campane del bestiame al pascolo e il soffio del vento, la leggerezza dell'aria che infonde un senso di minore gravità, come essere meno pesanti. Attraverso la linea di confine tra la Contea del Buskerud e quella dell'Hordaland. Col procedere del cammino intravedo in lontananza le imponenti infrastrutture della linea ferroviaria moderna, riparata da massicci tunnel scoperti e robusti bastioni in cemento, che consentono l'esercizio della linea Oslo-Bergen anche durante il difficilissimo inverno di queste zone. Oltre alla nuova linea, a tratti sono sempre presenti i vecchi binari, con un tocco da Frontiera americana tardo '800. Non mancano neppure casolari isolatissimi, inspiegabilmente perfetti e corredati del loro bravo pennone bianco. Passo sopra numerosissimi ponticelli in legno e cavi di acciaio, anche privi di parapetti, che scavalcano torrenti impetuosi di acqua chiarissima, o ruscelli che confluiscono in una serie infinita di laghi e laghetti.
























Il passaggio delle nubi sul sole crea frequenti sbalzi di temperatura, e continuo ad allacciare e slacciare la giacca. Circa a metà pomeriggio però la coltre nuvolosa si chiude, proprio mentre sto giungendo ai 1200 mt di quota, raffreddando notevolmente l'aria. Il vento inizia a spirare sostenuto, e percorro gli ultimi 10 km sotto una pioggia sferzante. Sbuco sulla sponda sud del Finsevatnet, il lago su in cima su cui sorge Finse, e l'altimetria si fa meno marcata. Raggiungo la mia tappa del giorno, il rifugio Finsehytta, nei pressi del quale ero inizialmente intenzionato a piantare la tenda. Fermandomi sullo spiazzo antistante l'ampia mole dell'edificio mi precipita addosso tutta la situazione nei suoi termini reali e attuali: un freddo della miseria, pioggia mista a neve e un vento che stimo soffiare a non meno di 30 km/h. Sono affamato, fradicio, e a causa del vento sto rischiando l'ipotermia. Mi stupisco di come tali sensazioni non siano emerse sino ad ora. Lascio la biga all'immancabile rastrelliera accanto all'ingresso, entro togliendomi gli scarponi e, scalzo e gocciolante, mi dirigo alla reception, con un'idea che sta tramontando e un'altra che sorge. Il giovane buontempone vichingo dietro il bancone, con ampio gesto del dito proteso, mi indica l'area campeggio dall'altra parte del lago, con un periplo di circa 700 metri, senza servizi igienici (sarebbero disponibili quelli del rifugio). Mi guardo attorno, adocchio il termometro che indica 3°C e l'anemometro che avverte che fuori ci sono 30 km/h di vento, con pioggia mista a neve. Lo sguardo si allarga, e il caldo salone arredato in stile scandinavo, accogliente come un utero materno, emette il proprio richiamo che neppure le Sirene con Ulisse. Senza ulteriore indugio prendo quindi un alloggio in dormitorio, tre gettoni per la doccia e mi prenoto per la cena, tipicamente ad orario fisso e tardo-pomeridiano. Ho un capitale di un'ora e trequarti da impiegare per sistemarmi. Il rifugio non consente di tenere la bicicletta all'interno, quindi torno fuori per smontare le borse, lascio fuori il mio preziosissimo mezzo, smonto la bandierina per evitare che si spezzi dal vento. Posso portare dentro solamente ciò che mi potrà essere utile per il pernottamento, lascio il resto nel magazzino delle attrezzature. Come apro la porta in legno di quest'ultimo quasi stramazzo per lo spavento: un cane lupo di proporzioni cenozoiche se ne sta acciambellato in un angolo, lo sguardo placido e rassegnato, e col mio ingresso si incuriosisce parecchio. Grazie al cielo è già sazio e di ottimo umore, e mi lascia fare le mie cose mentre appendo le borse alle rastrelliere degli sci, separandone il contenuto per scegliere il necessario. Ciabattando su per le scale raggiungo il dormitorio, ricavato nel sottotetto, e mi sistemo in un angolo, non pare molto affollato. Il letti, in robusto legno grezzo, sono affiancati senza spazio laterale, e quindi sono accessibili solamente dal lato dei piedi. Coperte e cuscini sono già sistemati al posto loro, impeccabili. Nonostante la temperatura esterna prossima allo zero, l'isolamento termico delle pareti e dello spiovente del tetto è perfetto. Prima di buttarmi sotto la doccia guadagno tempo allacciandomi alla corrente elettrica per ricaricare tutto il ricaricabile: stendo prolunghe e connetto cavi con adattatori di ogni genere, e posso proseguire. Scambio due parole con una coppia di ragazzi tedeschi e con una giovane norvegese di Stavanger in trekking solitario. La doccia è spartana, senza spogliatoio, e non avrebbe sfigurato in un penitenziario dell'URSS. Ne riemergo con un'altro mood, e prima di tornare all'alloggio passo dallo stenditoio per far asciugare gli abiti bagnati.





































L'impressione olfattiva dell'essicatoio è assai prossima ad un caseificio. Dozzine di paia di scarponi e attrezzature di ogni tipo sono stese ad asciugare, spargendo il proprio aroma per la sala. Un deumidificatore portatile fa quel che può. Entro in sala ristorante con ben cinque minuti di ritardo sull'orario, che mi vengono puntualmente rimproverati da una (per il resto) gentilissima signorina. Il resto dei commensali si è già servito e accomodato, io mi avvicino a prendere il secondo di carne e patate mentre mi viene portata una zuppa. Non sono molto in vena di chiacchiere, e quindi mi siedo da solo ad un'estremità di uno dei lunghissimi tavoli in legno chiaro. Il tenore generale della serata è torpido e soffuso, il tono delle voci è moderato, con uno stile puramente scandinavo con cui sto imparando a convivere, e a fare mio. Dopo cena occupo una delle poltrone nel salone principale a consultare il GPS, in compagnia di una birra prodotta dal rifugio stesso, e orgogliosamente propagandata dal gioviale vichingo alla reception.


Mentre sorseggio la frizzante e maltata bevanda [breve nota per gli intenditori: la birra MERITAVA DAVVERO] comincio a sprofondare dentro me stesso, un poco alla volta. Non è un vero e proprio assalto della stanchezza, è piuttosto una lenta ma inesorabile invasione. Nel salone sono presenti altri ospiti, l'età media è alta, chi legge, chi parlotta. L'atmosfera si fa soffice e felpata, mi godo ogni secondo di questo lento scivolare. La poltrona che ho scelto offre una vista impagabile sul lago Finsevatnet, oltre il quale si erge una delle lingue del ghiacciaio Hardangerjokulen, tinta di blu con lo scurire della luce, nell'infinito crepuscolo di queste regioni.




























Decido che la giornata è terminata, e mi avvio verso la camerata. Scopro solo allora, con una certa sorpresa, che si tratta di un alloggio promiscuo. Trovo infatti due cuccette più in là la graziosa fanciulla norvegese con cui parlavo prima di cena, che già russa come un orco.
Nonostante il fragore, per ragioni facili da intuire, non faccio fatica ad addormentarmi.
Un ultimo pensiero però è dedicato alla mia bicicletta, là fuori, al freddo e alla pioggia, senza protezioni nè catene antifurto. Chissà se domani mi rivolgerà ancora la parola.




Distanza tappa: 54 km
Durata tappa: 4h10'
Media tappa: 12.8 km/h
Salita cumulata tappa: 841 mt

Distanza totale: 330 km
Durata totale: 22h20'

Salita cumulata totale: 4.721 mt.


Giorno 7 - Lunedì 25.08.2014: Finse-Flam

Dopo una notte calda e profonda, col maltempo tenuto fuori, mi risveglio in ottima forma. Raccolgo tutte le mie masserizie, scollego tutti i fili, caricabatterie e adattatori vari, faccio le mie cose e mi butto in sala colazione. Faccio strage di pudding, thè e fette di torta di ogni qualità, dopodichè mi riapproprio della stessa poltrona della sera precedente per sistemare gli accessori. Con la luce del giorno il panorama fuori dalla finestra è nettamente diverso, e offre nuovi particolari alla vista.





















































Ricordo di aver letto da qualche parte che Finse presenta più di una curiosità: è stata il terreno di addestramento della spedizione antartica dell'esporatore Scott, ed è stata il set per la Battaglia del Pianeta Hoth in Star Wars: L'Impero colpisce ancora.
Faccio altre due chiacchiere con la vicina di cuccetta, scesa pure lei a fare colazione. Come mestiere è operaia specializzata, ma mi racconta di essersi diplomata in un istituto musicale, e di avere frequentato molti stage e altri scambi culturali all'estero, in Inghilterra (parla un inglese formidabile), e anche in Italia, in Toscana. Avverto però sullo sfondo del suo racconto una notevole dose di supponenza nel ritenere di conoscere gli Italiani (mentre notoriamente gli Italiani non li capisce neppure un Italiano), pertanto decido seduta stante che la tizia mi sta antipatica. Mi lascia però un retrogusto perplesso sul divario notevole tra il suo pregiato percorso formativo e la sua effettiva occupazione, notevolmente più mondana.
Dopo i saluti la spocchiosa se ne va per la sua strada - senza salutare - sormontata da uno zaino monumentale, io impacchetto tutto, recupero le borse nel magazzino, grazie al cielo il cane-lupo non c'è più e i miei polpacci sono salvi, ritrovo la mia biga neanche tanto bagnata (segno che con l'incedere della sera la pioggia è cessata e ha prevalso il vento, buon segno!). Le previsioni per oggi forniscono illusioni di bel tempo a piene mani, cerco di non aggrapparmici troppo e mi mantengo guardingo. Prima di avviarmi un gruppetto di tedeschi di età variegata si mostra incuriosito dalla mia bici in pieno assetto di marcia. Il più giovane della comitiva mi chiede di fargli una foto, mi spiega che è per un servizio fotografico e che molto probabilmente verrà pubblicata. Siccome sono fesso, neppure gli chiedo come fare a rintracciarlo o a rintracciare la rivista, una mail, un indirizzo web, nulla. Da quel momento quella foto rimarrà per sempre nelle mie fantasie. E' che cado in preda alla frenesia di partire (devo scendere giù al fiordo entro metà pomeriggio per prendere il battello), e non mi tranquillizzo finchè non riprendo a pedalare. Percorro lo sterrato che dal rifugio porta al minuscolo abitato che sorge attorno alla stazione ferroviaria, ancora umido di pioggia. Raggiungo così la banchina sul binario che collega Oslo a Bergen, la prima linea ferroviaria del Paese, tanto che dalla parte opposta vi è anche un museo ferroviario. Ma soprattutto mi trovo finalmente di persona sul luogo osservato per ore e ore al computer nei mesi passati, studiandone le variazioni climatiche e stagionali, accompagnandone il disgelo primaverile. Nella preparazione del viaggio ho infatti passato molto tempo sul sito che mostra in diretta le immagini della webcam montata sull'edificio della stazione di Finse:


Chiamo Sonia e i bimbi e insisto perchè si connettano, mentre passa uno dei treni rossi e affollati di turisti. In breve riesco nel giochetto di farmi vedere in diretta mentre parlo al telefono con la mia famiglia. Un lemming curioso viene a farmi compagnia mentre parlo, e camminando a lato della banchina suscita la curiosità dei mie figli. Resto sul piazzale per una mezz'oretta, il viavai per l'albergo dirimpetto non è sufficientemente sostenuto da farmi sentire un idiota, un tizio al telefono che parla guardando in alto rivolto contro un muro.




























Al termine della videotelefonata monodirezionale controllo un'ultima volta il carico sulla biga e riprendo a pedalare. Il menù del giorno prevede i saliscendi dell'altopiano, diminuendo di quota fino a raggiungere Flam, sul Sognefjorden; il diabolico piano comprende anche di riuscire a farlo entro le 16.30, ora di partenza dell'unico traghetto giornaliero che porta dalla parte opposta del fiordo. Come esco dal minuscolo abitato di Finse rimango con me stesso. E' come perforare una bolla, al di fuori della quale trovo una vivacissima solitudine: le tracce di presenza umana vivente si riducono ai pochi cicloviaggiatori. Avanzo con i sensi a tutto spiano, mentre l'altitudine sale a 1300 metri. Incontro nuovamente l'ecosistema subpolare, privo di vegetazione arborea e tappezzato di erba e cespugli rasoterra, accarezzati dal vento. Le nubi si diradano, offrendo alla vista squarci crescenti di un cielo di un colore azzurro mai visto prima. La direttrice del mio spostamento è grossomodo da sud a nord, lungo il fondo di una valle poco profonda, solcata da un torrente che spesso si allarga a formare laghi e laghetti.





















































































Dalle pendici gocciolano rigagnoli e corsi d'acqua laterali, e stretti ponticelli in legno dall'aspetto malmesso e privi di parapetti scavalcano torrenti di acqua che intuisco ghiacciata. Mi fermo incantato al cospetto di cascate fragorose e ribollenti, in vita mia non sono mai stato circondato da così tanta acqua dolce.

























































Ricominciano a comparire le tracce della vecchia ferrovia dismessa, il tracciato originario poi abbandonato a favore di uno più diretto e adeguato ai treni moderni e ai loro standard di sicurezza. L'impressione del vecchio west è ancora più marcata, e in effetti ragiono sul fatto che grosso modo il periodo storico di costruzione della linea è pressappoco lo stesso.
























































































































Il tracciato si fa a tratti anche accidentato e le mie condizioni di carico non mi rendono particolarmente agile, ma la copertura delle ruote che ho scelto (Hutchinson Toro) fa il suo dovere, assicurandomi l'aderenza sufficiente anche nei passaggi un pò "tecnici". Lo scenario che mi circonda, e di cui mi sento parte vivente, è talmente coinvolgente, meraviglioso, per me inedito e lungamente sognato che mi fermo spessissimo per foto e video, e ogni volta sosto e indugio a ripartire, intento ad assorbirne la luce, i colori, odori, suoni, tutto. Immagazzino dettagli, scorci, in totale solitudine per ore e ore. Cerco di recuperare nei tratti in discesa, se lo sterrato è ben compatto lascio correre la bici e prendo velocità, attento ad evitare gli avvallamenti più insidiosi. Spero così di riuscire a recuperare un pò di tempo per prendere il traghetto giù al fiordo. All'ennesimo scossone avverto una sensazione di "lasco" al manubrio, dapprima appena accennata, poi via via più pronunciata. Senza darmi il tempo per preoccuparmi mi fermo e subito scopro che è saltata via la vite che tiene serrato il portapacchi anteriore, nel punto avvitato all'occhiello sulla forcella. Rapidamente la sostituisco con una di scorta, e con un controllo dei rimanenti bulloncini mi accorgo che sono TUTTI laschi, e mi tocca stringere di nuovo tutto: le vibrazioni e gli scossoni, uniti ai carichi dei portapacchi, hanno "lavorato" sui filetti e allentato tutti i serraggi. Mi domando cosa sarebbe accaduto se non avessi pensato a una scorta di bulloncini....  Intanto la quota diminuisce, macino le distanze, il sole splende sempre più, la temperatura sale e la vegetazione si fa più colorata. Il paesaggio assume connotati quasi fiabeschi.












































































































































































Adesso capisco la ricchezza di personaggi mitologici che affollano le leggende nordiche: con un ambiente naturale di questa maestosità sarebbero bravi tutti a immaginare dèi e semidei, troll, giganti, elfi, nani e folletti. Mentre mi godo la fiaba irrompe sulla scena un inequivocabile quanto brusco richiamo ad una realtà a me nota grazie alle cronache nostrane, ma le cui ragioni mi sfuggono se proiettate in Norvegia (ma arrivato a Flam capirò perchè):




























Adesso la discesa si fa più marcata, si rivedono i boschi, e tra una pausa e l'altra ne approfitto per uno spuntino. Mi scopro in salita e mi ricopro in discesa, frequentemente, ma è solo una scusa per soffermarmi ad ammirare il panorama. 





























































































Tra ulteriori cascate e formazioni rocciose lascio la contea dell'Hordaland entrando in quella del Sogn og Fjordane. Arrivo dunque a Myrdal, località nota per la stazione ferroviaria della linea monobinario che collega Flam, giù sul fiordo, con la linea ferroviaria principale Oslo-Bergen. La Flamsbana, questo il suo nome, è un trenino ad uso quasi esclusivamente turistico, molto utilizzato durante i mesi estivi, famoso nel mondo degli appassionati di treni per il forte dislivello che deve superare per collegare i due capolinea, per il fatto che tale dislivello è superato senza l'ausilio di una cremagliera, e per i raggi strettissimi delle sue curve. E' quasi appena il caso di menzionare al fatto che è celebre soprattutto per gli scenari che offre la seppur breve corsa. I dintorni della località sono affollati di turisti a piedi, e devo riporre maggiore attenzione nel procedere. Dopo Myrdal si presenta uno dei punti più impegnativi di tutto il viaggio: uno strapiombo che in soli 2.5 km porta dagli 877 metri della stazione ferroviaria ai 541 del fondovalle sottostante, con una pendenza media del 13% ma con punte del 25%, su sterrato, a pieno carico. Sulla pista passeggiano pedoni, turisti, altri ciclisti con le bici a noleggio. La stretta vallata è chiusa da bastioni di roccia granitica, da cui precipita per centinaia di metri la spettacolare cascata di Myrdalsfossen.


[Fonte: Wikimapia.org]


Guardo di sotto, prendo un bel respiro, e parto. Vengo colto di sorpresa, ho sottostimato le pendenze, la bici mi scappa da sotto quasi subito. Stringo spasmodicamente le leve dei freni, come lascio la presa in un attimo arrivo a quaranta all'ora, e in quelle condizioni non è igienico. La sequenza dei tornanti impone la massima concentrazione, i tratti intermedi sono piste da bowling ripidissime, cominciano a farmi male le mani. In un momento di disattenzione freno quei due secondi troppo tardi, vado lungo, e riesco a fermarmi dopo aver lasciato un solco di cinque metri nella terra battuta, seminando il panico tra gli astanti intenti a fotografare la cascata. Qualcuno per mettersi in salvo già accennava a tuffarsi, con effetti eventualmente letali. Faccio finta di nulla osservando la cascata, tra gli sguardi severi e ancora impauriti degli altri. Prendo due foto, così per darmi un tono, poi riparto a testa bassa. Altri due-tre tornanti a freni tirati, poi come scorgo il fumo salire dai dischi faccio un'altra sosta. Stimo ad occhio e croce che mancano altri tre-quattro tornanti, sempre a precipizio. Ho le mani che fanno male, e le leve dei freni stanno raggiungendo il fondocorsa: sospetto una notevole usura delle pastiglie, dò un'occhiatina, mi sembra tutto ok, dovrò regolare il tiraggio dei cavi quanto prima. Quindi mi rimetto in moto, stando attento a non raggiungere i quaranta come poco fa. Scorgo come un lampo una signora che, rassegnata, sta cercando faticosamente di risalire la china con una bici a noleggo. Sceso a fondovalle ho le orecchie tappate per il forte dislivello, c'è parecchia gente che passeggia, la luce si è fatta più scura per la profondità della gola di roccia e bosco circostante. Odore di muschio e fogliame, cerco di non interrompere l'andatura, ho sempre il traghetto da prendere ma le speranze cominciano ad affievolirsi.





































Percorro la pista costeggiando il fiumiciattolo che accoglie le acque della cascata, quanto più mi allontano da Myrdal tanta meno gente incontro. I passaggi si fanno stretti e tortuosi, ricavati scavando nella roccia. Attraverso un paio di volte i passaggi a livello sulla ferrovia, e mi capita pure di assistere al passaggio del trenino verde scuro, dall'aspetto non esattamente modernissimo ma sicuramente robusto ed efficiente.









































































Sbuco in una piana assolata, equamente destinata a coltivo e a pascolo, oltrepasso un paio di cancellate in legno sulle quali un cartello raccomanda di richiudere per non far scappare le capre. Queste ultime, invece, lungi dal desiderare di scappare, occupano la pista sterrata mollemente sdraiate di traverso, e mi tocca fare un bizzarro slalom tra gli ovini indolenti.










































Mi immetto sull'asfalto che, in breve, mi porta fino a Flam. La vallata è orientata secondo il sole, che bagna tutto di calda luce. Il clima adesso è tornato a farsi sensibilmente più estivo, grazie all'influenza del mare e del microclima del fiordo.










































































Negli ultimi chilometri la visuale si apre sempre di più, ricominciano a farsi vedere le tracce umane nelle case e nelle automobili. Mi fermo per un paio di fotografie e vengo avvicinato da un paio di turisti statunitensi dell'Oregon, curiosi di sapere qualcosa del mio viaggio. La presenza stessa di turisti a piedi mi informa della vicinanza a Flam. 

























































In cinque minuti, infatti, raggiungo il porto, ma solo per rendermi conto che il traghetto è partito da mezz'ora. Trenta minuti di ritardo su un'intera giornata in sella, tutto sommato ho sbagliato i calcoli di poco. Dovrò attendere ventiquattr'ore prima del prossimo passaggio, ma dentro me non me ne dispiaccio affatto. L'atmosfera è balneare, il borgo marittimo - chiuso da verdi pareti a strapiombo alte centinaia di metri - è ulteriormente sovrastato dalla presenza di numerose navi da crociera, che occupano una larga porzione della visuale.























La vista sul fiordo è ulteriormente sporcata dagli spessi pennacchi di fumo lasciati dai giganteschi natanti, di cui uno, di una nota compagnia italiana il cui nome inizia per "C", è attraccato, mentre i rimanenti tre sono ancorati più al largo. Le scialuppe vanno e vengono dal molo, e lungo le banchine i crocieristi passeggiano verso le bancarelle di souvenirs. Faccio un giro lungo i vialetti sottobordo alla nave da crociera, bus che tornano dalle escursioni della giornata, chiamata generale e come formichine i turisti si preparano a risalire a bordo. E' ancora presto, punto una panchina al sole nei pressi dell'ufficio informazioni turistiche, mi rilasso per una lunghissima mezz'ora, Faccio un giro alla biglietteria del traghetto e raccolgo qualche informazione su eventuali alternative, ma (come già sapevo) non ce ne sono di facilmente praticabili, se non intraprendendo un lunghissimo periplo reso difficoltoso dalla presenza di un tunnel lungo, buio e vietato al transito delle bici. E' questo dei tunnel infatti un fattore che non deve essere assolutamente sottovalutato nell'organizzazione di un cicloviaggio in Norvegia. L’unica differenza rispetto a quanto detto prima circa le infrastrutture norvegesi, infatti, nelle regioni dove la conformazione del territorio è proibitiva (e ci sono regioni in questo Paese dove lo è seriamente), la viabilità presenta tunnel scavati nella roccia, mirabili opere di ingegno che scavalcano difficoltà e altimetrie. Mesi di studio di questa particolarità mi hanno portato a consultare in rete il database dei tunnel norvegesi costruito da due appassionati britannici. Quindi già sapevo che - ciclisticamente parlando - giungere a Flam equivaleva ad una strada a senso unico, il cui unico verso porta a prendere la barca senza alcuna ulteriore possibilità di proseguire su strada, a pena di allungare tremendamente il chilometraggio con altimetrie ardue e divieti a ogni chilometro. Mi metto così l'anima in pace e mi godo il sole, il viavai dopo giorni di rarefazione non mi dispiace, me la godo. Smetto però di godere nel preciso momento in cui una roboante esplosione della tromba della nave manda in frantumi il bucolico quadretto, seguito nell'ordine da una nube scurissima di fumo appiccicoso e dalle tonitruanti note di "Con te partirò" di Bocelli, sparate a diecimila Megatoni. L'eco della supertromba, il cui rumoroso saluto viene reiterato ben TRE volte, fatica ad uscire dalla stretta vallata, e persiste riverberando per quasi mezzo minuto. La prua del gigante indietreggia lentamente, sulle note del tenore ipovedente. Mi guardo attorno disperato, temendo che i presenti possano avere intuito - anche solo lontanamente -  la mia nazionalità italiana. Facendo lo gnorri prendo dentro me le distanze etiche e morali da uno scempio simile, una carnevalata di cui l'Italia lascia ricordo in ogni porto toccato dalle navi dell'Illustre Compagnia crocieristica genovese. Assieme alle considerazioni sull'ingombro, sull'inquinamento, sui rischi per l'ambiente naturale della zona, mi torna su - con una spiegazione adesso assai più chiara - la scritta "NO GRANDI NAVI" sulla parete del fienile, qualche ora prima. Mi è difficilissimo non simpatizzare per l'ignoto protestatario in trasferta, per il rompiballe in vacanza, per il graffitaro arrabbiato, osservando la cappa grigiastra di scarico pesante che aleggia sul fiordo e subendo il rumore assordante. L'impatto mi è particolarmente violento, se solo ripenso agli scenari incontaminati attraversati nelle ultime ore. Notevolmente perplesso dalla scena prendo la strada del campeggio. Check-in, sistemazione su una terrazza erbosa sopraelevata con vista sulla valle, è una struttura fantastica, comoda e servita, e c'è molta gente.
























































Faccio le mie cose e mi organizzo per la cena: un ampio tavolo in legno mi offre la possibilità di cucinarmi un fantastico risotto pronto e di mangiare seduto ad osservare il movimento. Catturo una frase di una coppia toscana, attacchiamo bottone, finisco la mia cena e faccio loro compagnia portando tre birre. Mi allontano tre minuti dal tavolo, e al posto delle mie cose (fornellino, pentolame, stoviglie etc.) al mio ritorno trovo tre ragazzotti olandesi dallo sguardo inespressivo (livello quattro lattine ciascuno) accomodati come se nulla fosse, che armeggiano con i loro hambuger di stegosauro scongelato. Con tono accondiscendente verso la loro evidente incapacità di intendere e volere li interrogo su che fine abbia fatto la mia mercanzìa. Uno solo dei tre bifolchi (ribattezzati all'istante trifolchi) riesce a sollevare la mano e indicare vagamente un angolo più in là, dove in effetti trovo il tutto, semplicemente preso e appoggiato a terra. Lavo, sbarazzo e ritorno dai due toscani. Sono in gita in macchina, anche loro i canonici dieci giorni, e dopo Flam faranno ritorno verso sud. Ci congediamo con i migliori auguri, io mi preparo e mi infodero in tenda. E' stata una fantastica giornata.



Distanza tappa: 58 km
Durata tappa: 4h10'
Media tappa: 14.0 km/h
Salita cumulata tappa: 360 mt

Distanza totale: 388 km
Durata totale: 26h30'

Salita cumulata totale: 5.081 mt.










Giorno 8 - Martedì 26.08.2014: Flam-Balestrand-Viksdalen

Una sveglia da Re, Principe o comunque da testa coronata, senza fretta e baciato dal sole. Dormito proprio bene, mi organizzo la mia solita colazione a base di thè e pane con Nutella.





























Reimpacchetto tutto e mi avvio al porto, con la prospettiva di doverci passare più di mezza giornata: il traghetto partirà non prima delle 16.30. Grazie al cielo le condizioni di illuminazione mi garantiranno ancora sei ore buone di luce per percorrere la tappa di oggi fino al prossimo camping, per non parlare del meteo che si è messo decisamente al bello, e lo sarà almeno per i prossimi tre-quattro giorni. La sagoma monumentale della nave da crociera del giorno precedente è stata prontamente sostituita con un'altra, e relativo corredo di pennacchio di fumo.





































Gironzolo per il borgo, altre fiumane di turisti, faccio un giro anche alla bottega dei souvenirs, torno alla biglietteria del pomeriggio precedente e faccio il biglietto. C'è un hotel con ristorante, sosta pranzo al sole con un panino. Nel primo pomeriggio approfitto per fare la spesa al locale supermercato, traboccante di turisti, target medio trekker venticinquenne e zaino in spalla. Mi allungo verso la nave da crociera, verso il parchetto che dall'estremità del molo punta verso il cuore del fiordo, e bivacco mollemente per un pò. Vengo immancabilmente avvicinato dal turista - stavolta olandese - che si incuriosisce e domanda.





























Come si approssima l'orario della partenza mi avvicino all'imbarco, e in breve infatti attracca in porto il traghetto veloce. Mi interrogo se accettino bici a bordo, ma i dubbi scompaiono quando vedo altri ciclisti in coda per salire. Salgo, lego le bici con l'aiuto di un marinaio di stazza monumentale, mi accomodo sul pozzetto di poppa per godermi la traversata che si preannuncia paesaggisticamente spettacolare.





























































































L'imbarcazione salpa con una insospettata accelerazione, Durante la navigazione si rivelano ancora meglio agli occhi gli scenari grandiosi delle pareti a picco sul fiordo. E' una visuale del tutto preclusa a chi sta sulla terraferma, e cambia ogni minuto mano a mano che il traghetto avanza.



























 































































Dopo essermi abbeverato di cotanta bellezza naturale, approdo infine dal lato opposto, a Balestrand. Per prepararmi alla discesa scomodo i due "colleghi" ciclisti che mi hanno chiuso la bici contro la paratia del vestibolo di entrata. Usuale curiosità degli astanti, domande, scendo sulla banchina, qualcuno mi saluta.









































Riparto costeggiando il fiordo, addentrandomi lungo la ramificazione del Vetlefjord che mi porterà nell'entroterra a nord. Attraverso così indolenti località di mare, quieti borghi di pescatori dai nomi stranissimi e ai quali non mi abituerei mai neppure se ci vivessi: Svaerer, Vetlefjorden. Le acque di questo ramo sono placide, un incanto di pace e tranquillità che percorro con buona media, l'altimetria per adesso non è così impegnativa.


























































































































Procedendo mi addentro in una vallata dolcissima, caratterizzata da un ambientazione alpina, con fienili, pascoli di bovini, fattorie, vasti campi coltivati ricavati nel largo fondovalle. Odore di fieno, erba tagliata, stalla e sottobosco. Dirigendomi verso nord la valle si chiude, La strada svolta decisamente e in un battibaleno si tramuta nella sorella maggiore - più  elegante e asfaltata - della discesa-mostro dell'altro lato del fiordo, da Myrdal a Flam. E' la Strada Turistica Nazionale n° 13 del Gaularfjellet, che dopo nove tornanti culmina - da questo versante - al Passo, col punto panoramico detto Utsikten. Me l'aspettavo, mi metto l'anima in pace e inizio meticolosamente a far girare i pedali. La strada si snoda a serpentina, molto stretta, su per una parete boscosa, e nella sua parte più bassa è chiusa lateralmente da muri di alberi verde scuro che svettano alti su un cielo al crepuscolo, l'interminabile crepuscolo di fine estate scandinava. In una delle numerose soste (acqua, spuntino, pipì) che mi concedo per mantenere un ritmo vivace raccolgo da bere da un torrente che scorre in corrispondenza di un tornante. E' acqua chiara, ma estremamente calcarea, per sapore e consistenza al palato sembra un frullato di ghiaia. Mentre pedalo con devozione con la coda dell'occhio destro scorgo del movimenti tra i tronchi degli alberi: una famiglia al completo sta assistendo al ripristino di un cavo telefonico su un palo, di fronte alla loro casa nel folto della foresta, il papà arrampicato in cima a un scala e gli altri a fare da aiutanti. L'impegno profuso nell'operazione non impedisce loro di rispondere allegramente al mio saluto. Ascendo con regolarità, e quando magari mi stanco faccio pausa. Tomo tomo cacchio cacchio arrivo ai 720 mt scarsi della sommità della salita. Mi concedo una decina di minuti al punto panoramico per godermi la vista sottostante delle spire della strada che ho appena percorso.





























Riprendo a pedalare, e con un'altra oretta copro i 20 km scarsi rimanenti al prossimo campeggio. E' una strada con saliscendi privi di difficoltà (o, perlomeno, nei giorni o anche nelle ore precedenti ho visto di peggio...), ampia e ben pavimentata, che corre lungo l'altipiano ai piedi del massiccio dei Monti Gaular, a nord. E' anche una zona di pascolo libero, e devo aprire bene gli occhietti per evitare di mettere sotto il bestiame locale, di cui talvolta trovo un rappresentante sdraiato sull'asfalto. Si rivedono i laghi, i torrenti e una sequenza di vigorose cascate: la vallata è percorsa infatti dal "Gaular Watercourse", una via d'acqua dalle caratteristiche spettacolari e dal forte richiamo turistico. Lungo il corso d'acqua vi è un itinerario a piedi di 21 km, chiamato "The waterfall path" ("Fossestien" in Norvegese), che raggiunge i punti panoramici più salienti della zona, cascate, rapide, scorci paesaggistici. Una piccola parte di questi mi riesce di scorgerli anche dalla strada, o di udirne il rombo delle acque, ma si sta facendo tardi, sono al tramonto e ci dò sotto coi garretti di buona lena a scapito dell'osservazione del circondario.




















































































Una massiccia insegna in legno scolpito mi informa di essere arrivato infine al campeggio Hov Hyttegrend, méta prefissata del giorno.




















Non c'è nessuno in giro e la sensazione di solitudine è forte (ma oramai mi ci sto abituando: sono nettamente fuori dalla stagione turistica locale). La reception è una baita in legno dall'aspetto grezzo, la porticina è illuminata e aperta. Lascio la bici appoggiata ad una fioriera ricavata da un tronco e mi addentro per il check-in. Un anzianissimo, barbutissimo e massiccissimo signore con camicia a quadri da boscaiolo siede, da solo, al di là di un bancone, di fronte al monitor di un pc. Non scorgo segni di movimento in lui, è immobile, e non mi degna di uno sguardo. Sottofondo di radio istituzionale norvegese, solo parlato con tono ufficiale di chi comunica cose importanti. Saluto, enuncio le mie esigenze. Avverto la risposta, in un inglese stentato, arrivare dalle viscere della terra. Mi guardo attorno con circospezione, cercando l'origine della voce cavernosa che mi riecheggia nelle orecchie: il tizio che mi siede di fronte non ha mosso un muscolo, non mi guarda, la sua bocca non si è aperta, eppure sono sicurissimo di avere sentito parlare qualcuno. Con movenze più consone ad un bradipo, l'anziano ventriloquo si sistema sulla sedia e si volta verso me, e dopo un tempo inenarrabile e due placide espirazioni ripete quanto da me dovuto, ma stavolta con un impercettibile fremito del sopracciglio, ad indicare stupore e impazienza. Approfitto dell'improvvisa accelerazione degli eventi per afferrare da un espositore un barattolone dei soliti spaghetti al sugo con polpette e wurstel, e dopo il trenta facciamo trentuno. I tre minuti seguenti sono impiegati dal villoso spaccalegna per alzare la sua nodosa mano, acciuffare i soldi stropicciandoli con una presa tritatutto, contarli e annuire soddisfatto. E' una scena che devo avere già visto in qualche film di fantascienza, quella in cui l'astronauta finisce in un buco nero e il suo tempo inizia a scorrere diversamente dagli altri rimasti sulla Terra. Mi accomiato, e miei timori che fuori dal buco nero della baita si sia già fatto Natale si dissolvonoritrovando l'estate come prima. In compenso è quasi buio, le piazzole sono a circa un chilometro dall'ingresso e il vialetto è poco segnalato. Passo accanto a una fila di "hytter" illuminate da dentro: quindi qualche ospite in effetti c'è, ma deve essere già scattato il coprifuoco. Le piazzole per le tende sono il riva al lago Litlevatnet, più in basso del livello della reception; c'è qualche lampioncino e un unico camper con targa tedesca, senza ulteriori segni di vita. Monto la tenda sopra una macchia di erba alta poco lontano dal camper (stanotte riposo sul morbido), mi sistemo e per la cena mi appoggio ad un tavolo da picnic in legno, sotto un punto luce. Mi guardo attorno: i deboli riflessi di luce sul lago a pochi metri non riescono a spingersi granchè in là, c'è un buio spessissimo, tantopiù che sono giorni di luna nuova. E' invece forte il rombo della vicina cascata di Likholefossen, che non ho avuto modo di visitare e che non avrò modo neppure domani (ne ho intravisto i cartelli sengalatori ma è raggiungibile solamente a piedi). Mentre col fornelletto mi riscaldo il mio pastone al sugo, comincio ad avvertire un sommesso trambusto arrivare dal camper. Improvvisamente da sotto una tendina sbuca una lattante di non più di otto mesi, che gattonando si arrampica al finestrino. Non mi perde di vista un istante, spalmata a quattro di spade sul trasparente, mentre mi servo gli spaghetti e mi accomodo a mangiarli. Forse per un riflesso condizionato, la bimba inizia meticolosamente a poppare l'intera superficie del finestrino. Per me che osservo da fuori l'effetto è quello di una lumaca a velocità 16x, o tipo uno di quegli screen-savers animati per pc coi cagnolini che leccano lo schermo. In meno di cinque minuti l'intera superficie trasparente è ricoperta di bava, senza che da dentro nessuno accenni a intervenire. Trattenendo le risate finisco il mio pasto e rassetto tutto, lasciando anche pronto il necessario per la colazione dell'indomani, a guadagno di tempo. Per fare i piatti e la toilette della sera ripercorro a piedi i settecento metri alla luce della torcia frontale, il buio è davvero qualcosa di palpabile. Faccio infine ritorno alla tenda e, prima di insaccarmi, non disdegno i tappi per le orecchie, la cascata sarà anche affascinante eccetera ma quando si dorme il frastuono che provoca è un'autentica rottura di scatole.

Distanza tappa: 53 km
Durata tappa: circa 4h (tempo stimato, non ho preso nota al termine della tappa)
Media tappa: sconosciuta (per i motivi già citati)
Salita cumulata tappa: circa 1000 mt

Distanza totale: 441 km
Durata totale: 30h30'

Salita cumulata totale: 6.081 mt.


Giorno 9 - Mercoledì 27.08.2014: Viksdalen-Forde

La sveglia del mattino mi accoglie con una giornata strepitosa, una tempesta di sereno senza neppure una nuvola in cielo. La tenda sin dalle prime ore di luce è inondata di sole, e attorno a me si dispiega l'autentico spettacolo del bosco alle mie spalle, il verde della vegetazione madida di rugiada, il lago ancora fumigante di nebbiolina del mattino. Mi preparo in fretta per placare quanto prima l'appetito luculliano che mi fa compagnia dal risveglio. Sul tavolo in legno ho già tutto pronto, quindi mi ci vuole poco per ottenere un bel thè bollente da accompagnare a varie fette di pane e Nutella. Mi godo il momento col sole in faccia.





















Ricompatto tutto quanto nelle borse e sulla bici, con un sottofondo di versetti e vocalizzi infantili che arrivano dal camper. Mentre mi appresto a ripartire si apre la porticina, e ne escono una giovane mamma e il papà con bimba sulle spalle. Ci salutiamo, sono di Monaco di Baviera, spiego loro il mio viaggio, mi fanno gli auguri e si incamminano a piedi. Io riprendo la mia strada verso ovest, oggi la tappa non è molto impegnativa, circa una cinquantina di km senza grande dislivello, e mi consentirà di prendermi il mio tempo e di andare al mio passo. Comincio la giornata ciclistica con spirito assai leggero, dedicando ancora maggiore attenzione ai paesaggi spettacolari che attraverso. Grazie allo spendore della luce solare i colori assumono tinte particolarmente piene, trovo difficoltà a NON fermarmi ogni cinquecento metri per riprendere o scattare una foto. Accompagnato da taniche, tinozze e barili di endorfine mi imbevo di cascate, boschi, prati, ruscelli, laghi, profumo di legname e sottobosco. 















































































Pedalo placidamente sul fondo di una valle di un verde commovente, la strada è praticamente tutta mia. Senza problemi di orario e in totale tranquillità, verso mezzogiorno mi concedo una sosta ad un market per uno spuntino. Mi procuro un voluminoso cappuccino, un dolcetto locale, uno smoothie e una vaschetta di mirtilli grandi come nocciole. Mi accomodo all'immancabile tavolo in legno all'uscita e demolisco con metodo tutto quanto il cibo, mentre mi godo l'azzurro del cielo.





















Prima di ripartire un gruppo di anziane signore (trecentocinquant'anni in tre) si informa sul mio viaggio, sfoderando un inglese di tutto rispetto. Proseguendo, imbocco la strada panoramica che corre accanto al lago Haukedalsvatnet. La pendenza comincia a salire, il tracciato supera con qualche ampio tornante i 250 metri di dislivello che portano a una sella soprastante. Mentre la quota aumenta la vista sul lago  è incantevole.



























Mentre sono lì che pedalo in salita approfitto di un'ampia piazzola di sosta attrezzata con tavolini e panche in cemento. Mi fermo per tirare il fiato e scattare un paio di foto, al tavolo accanto c'è una coppia che sta consumando uno spuntino. si interessano alla bici, domandano del viaggio, facciamo due chiacchiere. Stanno visitando il Paese in autonomia, sono diretti a Bergen. Salutano, e se ne vanno con la loro Toyota Prius a noleggio, uno di quegli insidiosissimi e diffusissimi veicoli ibridi che non fa il minimo rumore. Scollino a 550 mt, e costeggiando altri due laghi a una quota più alta la strada si più movimentata mano mano che mi avvicino a Forde.































Termino la comoda tappa a metà pomeriggio nel campeggio in località Havstad, una frazione di Forde, e senza alcuno stress monto il bivacco sotto un albero colossale, faccio il bucato, ne approfitto per radermi i capelli e lavarmi in un campeggio praticamente deserto. Approfitto di un'ampia cucina comune per mangiare, all'imbrunire tutti a nanna che già scende una pesante rugiada.

Distanza tappa: 51 km
Durata tappa: circa 4h (anche qui tempo stimato, non ho preso nota al termine della tappa)
Media tappa: sconosciuta (già detto)
Salita cumulata tappa: circa 500 mt

Distanza totale: 492 km
Durata totale: 34h30'

Salita cumulata totale: 6.581 mt.


Giorno 10 - Giovedì 28.08.2014: Forde-Hyllestad


Un'altra sveglia col cielo sereno. Ne faccio scorta, da queste parti è merce pregiatissima. La rugiada ricopre tutto, la tenda esternamente gocciola e prima di riporla devo asciugare per bene tutto quanto.




































Prima di muovere dal camping mi fermo alla reception a restituire un gettone del bucato non utilizzato: vengo ingaggiato dal proprietario che mi racconta della sua precedente occupazione come grossista di elettrodomestici italiani, che lo portava a viaggiare spesso nel nostro Paese. Approfitto della loquela torrentizia dell'ex venditore di lavatrici per ricavare qualche utile informazione per la tappa di oggi. Ne ottengo una idilliaca descrizione su un tracciato non molto impegnativo, con solo un paio di salitine, ma la scena vissuta all'inizio del viaggio con la signora di Oslo (e terminata ad ansimare in due issando la bici carica su una scalinata) mi lascia dubbioso. La conversazione vira poi in maniera inaspettata verso il "come si stava bene prima", di come "una volta si poteva lasciare la porta di casa aperta", di come "adesso non si può più per colpa degli zingari" e via dicendo. Garbatamente mi defilo e prendo la via: oggi il percorso prevede di prendere un traghetto per varcare il fiordo e quindi non posso perdere troppo tempo. Copro in breve la distanza fino al centro abitato principale di Forde, dove mi fermo a dare una pompatina alle gomme ad una stazione di servizio sullo stradone principale, poi riparto. L'uscita dalla cittadina passa da un tunnel, il Kvernbergtunnelen, del tutto ineludibile con strade alternative: mi sono quindi preparato con lucine e gilet riflettente per affrontare tutti i quasi 800 metri nel miglior modo possibile. Tiro un bel respiro, facio i debiti scongiuri e mi infilo a tutta velocità nella montagna forata, con auto che scorrono a discreta velocità. Ne riemergo sano et salvo, smonto luci e gilet, e vado avanti. Da Forde in poi percorrerò la celeberrima Eurovelo 1, la rotta ciclistica atlantica che - nel suo tratto norvegese - unisce Bergen a Capo Nord costeggiando il Mare del Nord. Raggiungo il punto più settentrionale del viaggio, e della mia esistenza sinora, toccando i 61°30' N, e dopo un minuto di intima goduria riprendo colmo di ottimismo. Proprio il genere di ottimismo che si disgrega nonappena vado a sbattere su un tratto di 2 km al 10%, senza una piazzola di sosta e quasi senza una curva, impeccabilmente preannunciato dall'apposita segnaletica. Addento spasmodicamente il manubrio masticando ingiurie e maledizioni assortite all'indirizzo dell'ex-spacciatore di frigoriferi di seconda mano e delle sue futili rassicurazioni. Forse a causa di una gamba oggi non esattamente prestante mi impicco in cima alla salita, ansimando come un bufalo dopo la fuga dal leone. Una conca pianeggiante mi offre un pò di pausa per rifiatare, riparto, ed ecco un altro fantastico cartello del 10% per i prossimi 2 km. Stavolta a tenermi in moto è una esplicita serie di invocazioni a Belzebù affinchè si affretti a tacitare quell'ex-rivenditore di tostapane guasti, prima che truffi qualcun altro con le sue dannate rassicurazioni. Un tunnel al termine della salita spiana e taglia via la cima del mio personalissimo Monte Calvario, dalle parti dei 500 mt di quota. Da quel momento è tutto più semplice, percorro in discesa la strada che poi mi riporterà a costeggiare il Fordefjorden, verso ovest.




























Pedalo con costanza prendendomi le mie soste, finisco in una zona stretta tra il braccio di mare a destra e un'imponente parete di roccia a sinistra, fredda, umida e sgocciolante, lunga quasi 20 km, che scherma il sole orientato verso sud. In località Flokenes riemergo dall'ombra virando verso sud, e al contempo mi si offre alla vista la bocca del fiordo, l'apertura verso l'orizzonte marittimo, l'infinito. In una parola: lui, il Mare del Nord.





Oltrepasso la punta, sbuco da un ultimo tunnel e scavallo verso sud, Attraverso una stretta gola tra alti picchi verdi di erba e grigi di roccia basaltica. Con un breve tratto tra altri fiordi minori, località sonnacchiose e mucche al pascolo arrivo ad Askvoll, in perfetto orario per il traghetto che mi porterà dalla parte opposta, a Fure. Gironzolo per il porto, mi servo dei bagni della minuscola stazione marittima con annessa sala di aspetto, ma non trovo la biglietteria. Domando a qualcuno e scopro che il biglietto si fa a bordo direttamente dal personale.

































Dopo poco il traghetto arriva, l'attracco a velocità smodata ha qualcosa di acrobatico, sbarcano poche auto e quindi salgo. Acquisto il viatico per il lato opposto, mi accomodo, si parte. In breve tempo ecco Fure, poco più di un molo in mezzo al nulla. Ricomincio a pedalare in uno scenario di alture assai meno pronunciate, più dolce e piatto, ma egualmente disabitato. Godo di ampi scorci sulle insenature rivolte verso ovest, verso il Mare del Nord.





































Per celebrare il passaggio, visto che ormai non ho pressioni sull'orario, mi concedo una sosta ad un'area picnic a bordo strada che offre una vista fantastica sul mare. La temperatura è favolosa, non c'è vento, il sole si sta lentissimamente abbassando. Il momento è tutto mio. Prima di ripartire lungo la strada costiera faccio un colpo di telefono al campeggio per avvertire del mio prossimo arrivo, mi viene detto di non preoccuparmi, che al campeggio troverò qualcuno fino alle 19.30. Passo da borghetti marinari e minuscoli centri abitati, caratterizzati dalle solite casette in legno pitturato di rosso, o bianco, o beige, e basta. Approfitto dell'ultimo di questi centri abitati prima del campeggio, Hyllestad, per fare rifornimento. Superando un'ultima salitella arrivo sulla strada che porta al campeggio, sulla riva del lago Aksavatnet. Mi imbatto in un paio di veicoli, il primo dei quali rallenta, il finestrino si abbassa e il guidatore domanda se sia io quello che ha chiamato prima. Alla mia conferma il tizio, non proprio giovane ma gioviale e giovanile, mi invita allegramente ad accomodarmi al campeggio che si faranno vedere più tardi o domattina. Una volta di più sbigottisco per la fiducia inimmaginabile che da queste parti ripongono nel prossimo. Ci salutiamo, ad un cartello di legno svolto per una discesa di un centinaio di metri che dà verso la sponda del lago. Sulle prime faccio addirittura fatica ad individuare il campeggio. Con tale locuzione scopro che il padrone ha inteso definire un vastissimo pratone in leggero declivio, un promontorio puntato verso il lago, e sei - diconsi sei - hytter dall'aspetto non proprio brillante. I servizi sono raggruppati sul retro dell'unica baracca in legno che campeggio al centro del prato, l'altra metà della quale è invece destinata a cucina. Superficie totale della costruzione: 30mq scarsi. E, come d'uso, non una recinzione, un cancello, un cartello di proprietà, un'intimazione paperonesca tipo "Sciò" o "Pussa via!". Mi sfuggono completamente i termini dell'equilibrio su cui si poggia una realtà come quella. Al di là del rispetto reciproco, rifletto che una delle condizioni preminenti deve essere che, localmente, tutti conoscono tutto di tutti, altrimenti non si spiegherebbe perchè le proprietà siano inviolate. Tutto assorto nelle mie meravigliate perplessità compio una breve perlustrazione, già convinto di essere da solo in quel curioso luogo. Mentre mi sto attrezzando per la nottata giunge un furgone bianco da cantiere con targa polacca. Mi torna in mente di averlo visto poco prima sulla strada, arrivando: era il secondo dei due veicoli che ho incrociato. Ne scendono tre energumeni male in arnese, sguardo torvo e aria malmostosa; è sufficiente un'occhiata in tralice per capire che NON si trovano lì in vacanza. Cerco di calcolare le probabilità di essere ritrovato l'indomani a faccia in giù in mezzo al lago, dopo un'aggressione nella notte a scopo di rapina o per futili motivi. Scaccio via i brutti pensieri e lascio entrare in me la smisurata fiducia negli altri tipica degli abitanti locali, e mi dedico a terminare i preparativi per la notte. I quattro ceffi si infilano in una delle baracche e spariscono alla vista. Le rimanenti cinque baracche si confermano disabitate. In bagno - ovvero il locale che nelle insondabili intenzioni della proprietà sarebbe destinato a tale impiego - trovo sparpagliati gli effetti personali di più di una persona, quasi fosse un alloggio da dormitorio comune, o da convitto. Con un certo ribrezzo mi sbrigo a darmi una fugace sciacquata nel locale ai confini della fatiscenza, dopodichè mi addentro nella cucina, in cui trovo elettrodomestici sporchi e vecchi, stoviglie usate, insomma una porcilaia. Mi ricavo uno spazio vitale per cucinarmi qualcosa di caldo con LE MIE attrezzature, usando un tavolo in legno addossato sotto un'ampia finestratura verso il lago. Metto in ricarica tutto il ricaricabile, e grazie al mio fornellino mangio qualcosa di caldo. Mentre dalla finestra mi godo il lago all'imbrunire compare in cucina uno degli avanzi di galera visti prima, alto, magro, capelli corti biondissimi e sguardo ceruleo e allampanatissimo. Ci salutiamo fugacemente, da come si muove è evidente che già conosce bene il posto e come usarlo. In una qualche maniera attacchiamo discorso, e ciò che mi racconta in un inglese stentato ma efficace mi schiaffeggia dritto in faccia. Lui e gli altri due fanno parte di una squadra di operai polacchi, in trasferta in questa zona della Norvegia per lavorare al locale cantiere navale. Mi spiega che la loro specializzazione è installare gli impianti frigoriferi e di climatizzazione sui megapescherecci d'altura e sulle navi-appoggio del settore petrolifero, per i quali la cantieristica norvegese è celebre. Faccio poi la domanda che non avrei mai dovuto fare: gli chiedo come mai si trovino lì, in un campeggio. Dò così la stura ad un fiume di lamentele sul fatto che il loro contratto è in subappalto, e che l'azienda per cui lavorano non è riuscita a trovar loro un alloggio decente in tutta la zona. La hytta nel camping pertanto è stata scelta come prima sistemazione in attesa di occasioni migliori. Quindi la roba stesa e lasciata nel bagno è la loro. Ma la cosa che più mi agghiaccia è osservare il tizio che mentre mi racconta si cucina la cena: un wurstel. Uno. La cena di un tizio che si è appena fatto dieci ore di cantiere navale, lontano dalla famiglia, dormendo in una baracca con servizi igienici in comune e in condizioni precarie. Mi spiega pure che l'intera Scandinavia è attraversata da operai polacchi - più economici ma parimenti esperti - in prestito ai cantieri, quasi tutti nelle medesime condizioni. Conclude col commento che, sebbene per il loro tenore di vita medio nazionale la trasferta in Norvegia frutti parecchi quattrini, un sacrificio del genere non valga la candela. Mi fa notare che gli altri due erano così stanchi da non riuscire neppure a venire in cucina a mangiare, quindi sparisce nell'oscurità incombente. Mi trattengo da solo nella cucina, metto a posto qualche foto e video tra cellulare e videocamera, e attendo che si ricarichino tutti i dispositivi. Lavo le mie quattro cose ripensando a quanto raccontato dal polacco, la temperatura adesso è scesa notevolmente mentre l'umidità del lago comincia ad entrarmi nelle ossa. In fretta mi sistemo, mi lavo i denti e mi infodero, sempre meno convinto di avere qualcosa, QUALSIASI cosa, di cui lamentarmi.

Distanza tappa: 105 km
Durata tappa: poco meno di 7h
Media tappa: 17 km/h
Salita cumulata tappa: 1.583 mt.

Distanza totale: 597 km
Durata totale: 41h30'

Salita cumulata totale: 8.164 mt.


Giorno 11 - Venerdì 29.08.2014: Hyllestad-Rysjedalsvika-Bergen

Il fondo di un acquario. La sensazione al risveglio è quella: di trovarmi sul fondo di una vasca per i pesci. Il penetrante olezzo palustre pervade la tenda, si insinua dentro il sacco a pelo, raggiunge le narici e colpisce i miei sensi. Come sguscio fuori dal giaciglio l'umidità fredda e ficcante va dritta alle ossa, una sensazione ben nota a tutti coloro che si cimentano nei viaggi in bicicletta. Pochi minuti dopo essere uscito dalla tenda gocciolante di una pesantissima rugiada una fiammeggiante alba a scoppio ritardato ingolfa di raggi dorati la riva del lago. Ne approfitto allora per fare le mie cose, mentre il calore del sole asciuga la tenda e l'erba circostante.



La parte "ciclistica" della NC2C termina qui: mi sono deciso ad accorciare il viaggio di due giorni, arrivando a Bergen via mare anzichè pedalando, perchè ormai sono sazio e soddisfatto di visioni paesaggistiche incantevoli, e non credo che altri due giorni possano aggiungere alcunchè all'esperienza notevole vissuta sino ad ora. Nelle prossime ore, oltretutto, è in arrivo una perturbazione che porterà pioggia costante su tutta la costa occidentale sin dentro il Paese. Proseguire a tutti i costi per Bergen a questo punto potrebbe solo trasformarsi in una coazione a ripetere che rovinerebbe tutto. Mi crogiolo pertanto nella fortuna sfacciata che ho avuto col clima dell'ultima settimana, e - se un tale termine si può dire calzante - mi accontento. Nel reimpacchettare le borse prevedo uno stivaggio adatto al trasporto sul battello veloce per Bergen, che intendo prendere in mattinata sul fiordo a poca distanza dal campeggio, e poi per essere caricate sul treno notturno che dalla capitale anseatica mi riporterà a Oslo. Mentre sto lì a smontar tutto in solitudine, dal nulla più assoluto e nel silenzio completo sbucano due leggiadre fanciulle, al massimo cinquant'anni in due, armate di canne da pesca, retini e attrezzatura varia. Scoprono una barca a remi, rimasta sino a quel momento seminascosta tra le frasche il riva al lago, la posano sullo specchio d'acqua immobile, e vogando pacatamente dirigono verso il centro del lago, smuovendo poche pigre onde. In tutta la scena non ho registrato tra loro due un solo accenno di parola, suono, o che. Mi accorgo che gli operai polacchi se ne sono già andati al cantiere, probabilmente da un pezzo, e mentalmente auguro loro buona fortuna. Con tutta evidenza, la riscossione dell'importo dovuto per il pernottamento non costituisce una preoccupazione assillante per il proprietario: infatti non si è visto nessuno la sera precedente, nè vedo qualcuno stamattina. Ad ogni buon conto io ho un battello da prendere, e quindi arrivederci. Fino all'imbarcadero sono pochi chilometri rilassati, e me li godo tutti nel fresco umido del mattino. Sono all'altitudine del mare, e la strada scorre tra fiordi e insenature che tarderanno a ricevere la luce del sole. Tutto è impregnato di profumo di legno, resina e muschio, un'impronta olfattiva della quale non mi stancherò mai. Anche da queste parti il traffico è quasi inesistente, e il silenzio della natura domina incontrastato sui miei pensieri, sul mio respiro, sul fruscio della bicicletta.

































Lungo la strada passo anche dal famoso cantiere in cui lavorano gli operai polacchi incontrati al campeggio: ben protetto in un fiordo collaterale, non è molto grande, ma le navi che vedo in costruzione sono gigantesche, e dalle forme avveniristiche. Faccio infatti conoscenza con la cosiddetta Inverted X-Bow, progettata dalla famosissima Ulstein Ship Design, che dà alle nuove navi in uso nei grandi mari del Nordeuropa maggiori capacità di  affrontare le onde imponenti in condizioni di tempesta. Comincio in fatti a vedere i bacini di manutenzione dei grossi pescherecci d'altura, di quelli che stanno in mare per giorni e giorni e lavorano il pescato direttamente a bordo, e le cosiddette AHTS (Anchor Handling Tug Supply), ovvero le navi supporto per le piattaforme petrolifere. In pratica, in un solo minuto e letteralmente svoltando l'angolo, passo da un ambiente naturale incontaminato, selvaggio, un pò romantico, all'industria del mare, allo sfruttamento delle (poche, in verità) risorse naturali su cui si basa l'economia Norvegese (pesca+petrolio), che ha stimolato negli ultimi decenni lo sviluppo di tecnologie avanzatissime di supporto in ogni settore. La lieve pedalata mattutina si conclude all'imbarcadero di Rysjedalsvika, ove reincontro il Sognefjord.





































Sono in perfetto orario per il battello. Inizialmente però mi ritrovo da solo, con il velato timore di avre sbagliato qualcosa. Dopo poco, alla spicciolata, comincia ad arrivare una coppia di donne, un operaio edile in tenuta - appunto - edile (tutto sporco di biacca e cemento), un'auto con marito e moglie (presumo che a partire sia quest'ultima), e via via altri. Il magutti, serafico, come arriva estrae una canna da pesca e si mette a mulinare la lenza giù dal molo. Intanto del battello nessuna traccia, e mancano due minuti. Non faccio in tempo a domandarmi altro che da un basso promontorio alberato sfreccia a tutta velocità l'imbarcazione di linea. L'attracco - come da tradizione locale - è fulmineo e brutale, viene estesa la passerella, salgo.





























Dopo aver acquistato il biglietto (con comodo bancomat, presente dappertutto, anche dall'edicolante), vengo indirizzato a poppa per stivare la bici: mi viene indicata la paratia esterna che dà sulle eliche, e un pò a malincuore assicuro la bici, certo di ritrovarla all'arrivo glassata di sale.




Prendo posto ad una delle poltrone che dà verso sinistra, quindi il lato illuminato, per godermi un pò di tepore. I posti a sedere non sono tutti occupati, ci sono molte poltrone vuote. Davanti a me mi ritrovo due sgarzoline biondine e stupidine, con la mania del selfie, uno al minuto con varie linguacce. La barca è partita a razzo, io mi farcisco gli occhi della vista del fiordo.





























Lungo la rotta per Bergen il battello passa da calette, strettoie, isolette, canali, golfi, insenature, e ogni declinazione della geografia marittima, con una notevole perizia soprattutto nei passaggi stretti. Osservando la costa con l'aiuto del GPS a volte scorgo alcuni tratti della strada che avrei dovuto percorrere, e ad ogni chilometro mi compiaccio della mia scelta: non sarebbe stato un gran vedere. Anzi, la strada che avevo pianificato mi avrebbe portato a passare da una delle raffinerie e insieme centrale elettrica più grandi del Paese, la Statoil Mongstad. Nelle circa tre ore di viaggio fino a Bergen il tempo cambia come previsto, e all'arrivo in città il cielo si è fatto plumbeo e piovigginoso.





















Sbarco su una banchina affollata di viavai, sul lato ovest della stretta e lunga baia del porto di Bergen, in perfetto orario, e come prima méta punto verso la stazione dei treni. Nonostante il clima non paia particolarmente clemente, la temperatura non è così bassa e l'atmosfera del venerdì è palpabile ovunque. Mi concedo un primo giretto, ma al primo accenno di pioggerella mi accomodo alla stazione di Bergen. Il treno per la sera per il momento è confermato, provo a fare il biglietto ad un chiosco automatico con scarsa fortuna, e quindi vado in biglietteria. Solo dopo avere comprato il biglietto, l'addetto mi riferisce un aggiornamento dell'ultimo minuto: pare che la linea per Oslo sia interrotta, e la corsa notturna preveda un trasbordo - attorno alle 03.00 - su un altro convoglio oppure bus, ce lo faranno sapere al momento. Messo sull'avviso, cerco di immaginare un piano per disporre i bagagli e la bici in modo da cambiar treno nel modo più agevole possibile, ma vedrò comunque al momento. Fuori si mette a piovere con convinzione, e allora bivacco con tranquillità sotto le ampie volte dell'edificio ferroviario, austero ed elegante.






































Per qualche ora mi accascio dunque su una panchina, ad osservare la gente che passa, a dare mia notizie a casa, ad ascoltare musica. Quando un certo languorino fa la sua prevedibile comparsa, mi servo nell'edicola da presso, che - come nelle migliori tradizioni nordiche - vende anche piccoli snack caldi e bibite calde. In trenta minuti faccio fuori quattro hot dog e un caffè, salutando a modo mio la fine della pioggia per oggi. Ringalluzzito dallo spuntino mi rimetto a zonzo per la città. Mentre sono intento a guardarmi attorno ed assorbire ogni dettaglio mi imbatto nella famiglia Simpson al completo. Poco più in là gli Oompa Loompa stanno sfottendo i Pokemon dall'altra parte del marciapiede. Mi fermo ad un semaforo rosso e sulle strisce sfilano Goku e Gotenks, che salutano schiamazzando i Flintstones. Mentre mi sto domandando cosa diamine contenessero i quattro hot dog, interpello un branco di giovani gheparde bionde, apprendendo che oggi è il giorno in cui si festeggia l'avvio del nuovo anno accademico, con libero sfogo della goliardia universitaria per le strade della città anseatica. Ovunque infatti spuntano bande di giovani truccati e con costumi a tema, chi vampiresco, chi Manga, chi cartoon, chi ubriaco e basta. Ma non basta. Dopo poco, attraversando una della piazze principali, intitolata a Re Olav V, quasi vado a sbattere contro una coppia in età non più verdissima, ci guardiamo, e in tre esclamiamo all'unisono: sono i due turisti statunitensi incontrati nel mezzo del nulla ad un'area di sosta, qualche giorno prima, e coi quali avevo scambiato qualche parola. La loro sorpresa per vedermi a Bergen è addirittura maggiore della mia (quante probabilità ci saranno state di reincontrarci?). Ci salutiamo ancora una volta, con più calore, e prendo la via del porto antico. La pioggerellina del primo pomeriggio non ha dissuaso svariate centinaia di persone dal frequentare i bistrot, i caffè e i locali allineati lungo la baia del porto. Con il pomeriggio inoltrato del venerdì la densità di passanti si è fatta anche più evidente. Costeggiando la banchina pedonale raggiungo il lato di Bryggen, il tipico quartiere della città con case in legno. Vengo avvicinato da un tizio con un ragazzino che, riconosciuta la bandiera sarda, attacca bottone: è un autotrasportatore italiano che si trova in Norvegia per lavoro, e si è portato dietro il figlioletto. Si offre di scattarmi una foto, ringrazio e saluto.




Mi addentro a Bryggen, e scopro che è una zona dicharata Patrimonio UNESCO, e che la parte prospiciente la banchina (quella del celeberrimo frontline di facciate colorate) fu ricostruita nel '700 dopo che il nucleo abitato precedente andò distrutto in un furioso incendio. Le atmosfere che vi si respirano, tra le case di legno sghembo e tarlato, sono intatte di quel periodo, anche per merito di un'oculata serie di interventi conservativi.








































Grazie inoltre ad una pannellatura affissa tutt'intorno ad un cantiere temporaneo, scopro che la stessa esistenza di Bryggen è il oggi risultato di un equilibrio delicatissimo tra elementi naturali ed opera dell'uomo, e che nel recente passato questa esistenza è stata messa seriamente in pericolo:






































Mi addentro in alcune delle viuzze del borgo, lungo assiti dall'aspetto vetusto, circondato da pareti di legno antico. Ad un'occhiata più accurata sono visibili i forellini dei tarli. Ci sarebbe da domandarsi come facciano strutture in legno così datate e tarlate, sottoposte al clima nordico, a reggersi in piedi. L'impressione generale è assai prossima al Vecchio West.




























































Dopo il salto in dietro nel tempo mi spingo un pò più a nord, verso il porto nuovo, incuriosito dalle gigantesche navi-supporto la cui sagoma troneggia all'imboccatura della baia. Sono VERAMENTE titaniche, e non oso neppure immaginare quali onde debbano affrontare per portare a termine il loro compito. Un pensiero va agli equipaggi che, sebbene a bordo di navi del genere, sono sempre uomini in balìa dell'oceano, quando si innervosisce.





























Tengo d'occhio l'orario, attento a non farmi fregare dalla luce tarda della sera, e visto che comincia a farsi una certa ora, lemme lemme mi dirigo verso il centro città.











































Sulla vecchia via del mercato trovo un chiosco di turchi che serve hamburgers, e ne approfitto prima di ritirarmi verso il treno. Per giunta ricomincia a piovigginare, quindi decido all'istante di porre termine al tour della città e avviarmi al binario. L'andirivieni di qualche ora prima ha cambiato aspetto, soppiantato da un nutrito numero di escursionisti con lo zaino in attesa ai treni, con tutta probabilità diretti verso le località di montagna dell'entroterra per trascorrere un weekend di trekking, oppure al termine della loro permanenza norvegese. Mi procuro un paio di tramezzini per cena e guadagno nuovamente una panchina dove passo le mie ultime due ore a Bergen con le cuffiette nelle orecchie. Si fa alfine l'ora di salire sul treno, e come prima cosa scopro che il capotreno è un orso di cattivo umore. Mi spalanca senza troppa gentilezza lo scompartimento a centro treno riservato alle bici, intimandomi di fare in fretta a legare il mio mezzo perchè deve richiudere. Alla mia richiesta di lasciare anche le sacche replica ruvidamente che non si può: al mio piano per trasbordare treno stanotte alle tre si aggiunge quindi un altro fattore. Faccio il mio pittoresco ingresso nel vagone passeggeri stracarico e ciondolante di quattro borse e uno zaino. Ci metto quei cinque-dieci minuti a trovare lo spazio per stivare il tutto nelle cappelliere, lasciando a portata di mano solamente il necessario per la notte. Il treno è tutto pieno, e salvo il mio vicino di sedile, un ebreo ortodosso pingue e di mezza età che trascorrerà tutta la notte leggendo, e una coppia di giovani sudamericani con un bimbo in passeggino, il resto dei passeggeri è composto di giovani escursionisti di ogni nazionalità con scarponi ai piedi e zaino al seguito. Con tutta evidenza mi devo ritenere fortunato ad aver trovato posto su questo treno, incastrando tutti i miei piani. Il convoglio parte in orario, alle 23 passate, in un'atmosfera movimentata, giovane e chiacchierona. Percepisco la stessa aria di dignitosa promiscuità vissuta al rifugio di Finse, con gente che si toglie gli scarponi, altri che mangiano cibi il cui aroma riempie il vagone, chi chiacchiera ad alta voce in ogni lingua. L'unico poveretto che se ne sta in silenzio - e tale rimarrà per l'intero viaggio - è il bimbo piccolo dei due giovani sudamericani. Faccio fuori i tramezzini, mi sistemo bene lo schienale e cerco di riposare. Ripensando al fatto che il treno ripasserà dalle stesse zone che ho percorso in bicicletta pochi giorni fa, mi chiedo come debbano apparire di notte. Sonnecchio cercando di buttare un occhio fuori dai finestrini, ma il buio è di pece. Il manovratore, dalla motrice, aziona in modo prolungato le trombe del treno ad ogni curva e ad ogni tunnel (e dico le trombe, non come da noi che il treno fischia: da loro il treno fa PARECCHIO più baccano). Il risultato è - come peraltro prevedibile - un sonno disturbato e discontinuo. Il signore accanto a me legge imperterrito dei documenti, il resto della ciurma si è assopito. Arriviamo a Finse nel cuore della notte, mi fa strano rivedere quel luogo al buio e con la pioggia mista a nevischio, sembra che faccia ancora più freddo. Mi adagio nuovamente sul sedile, in attesa della sveglietta sul cellulare che mi avvertirà dell'imminente trasbordo. Dopo un altro paio di ore di sonno a intermittenza finalmente il momento arriva, e con un certo fervore inizio a prepararmi. Cercando di non arrecare disturbo agli altri sfilo le sacche dalle cappelliere e le porto nel vestibolo presso le uscite del vagone. Sono talmente preso da queste attività, in preda all'ubriachezza da sonno, che non mi avvedo di un fatto elementare: NESSUNO si sta preparando come sta facendo io. Anzi, qua e là vedo più di un occhio arrossato che mi osserva incuriosito. Nessuna lampadina si accende nella mia mente. Come si approssima la fermata indicatami dal bigliettaio di Oslo mi faccio trovare pronto alla porta di uscita; come si presenta il capotreno gli chiedo come fare per scaricare la bici. Questi - visibimente assonnato e presumibilmente ancor più di malumore - guardandomi con un misto di odio e pena, dapprima mi domanda il perchè, e alla mia spiegazione sbotta acido che il treno non ha nessuna interruzione e che prosegue regolare fino a Oslo. Rimpicciolendo alle dimensioni di un puffo, mi scuso e riprendo il mio posto. Data l'impossibilità di rimettere le sacche sulle cappelliere senza svegliare tutto il treno, lascio tutta la mercanzia nel vestibolo del vagone, e tanti saluti. Ormai però sono sveglio come un grillo, sono le quattro e mezza, mi rimetto le cuffiette e aspetto di arrivare.

Distanza tappa: 12 km
Durata tappa: 2h
Media tappa: 17 km/h
Salita cumulata tappa: 270 mt.

Distanza totale: 609 km
Durata totale: 43h30'

Salita cumulata totale: 8.434 mt.


Giorno 12 - Sabato 30.08.2014: Oslo

Spostandomi verso est il meteo di Bergen si è nottetempo esteso al resto della Norvegia centro-meridionale. Anche a Oslo, quindi, trovo la medesima pioggerellina.


Nel tentativo di ripigliarmi da una nottata più movimentata del previsto me la prendo comoda, e attendo l'apertura di un caffè, uno qualsiasi, per fare colazione. Sono le sette scarse e la stazione è ancora praticamente deserta, le saracinesche dei locali e dei negozi si sollevano una ad una. Mi procuro un bel caffè, caldo e allungatissimo, ed eleggo a mia residenza temporanea una bella e ampia panca in lucido legno scuro, levigato in forme morbide, arrotondate e lisce. Tale panca si rivela in breve essere il punto di incontro delle hostess dirette all'aeroporto di Oslo-Gardermoen. Alla chetichella, infatti, una alla volta o in piccoli gruppi, vengo letteralmente circondato da un campionario femminile sulle cui qualità estetiche è preferibile sorvolare in questa sede, lasciandole alla fantasia del lettore (perchè l'unica descrizione efficace utilizzerebbe locuzioni più confacenti a una bettola di porto). Come se nulla fosse, in tutta naturalezza, vengo avvolto da un vociare garrulo e squillante, l'allegria si respira a folate a dispetto dell'orario mattiniero. Io me ne sto lì, come un gorgonzola esausto, col mio caffè in mano, mentre tutt'attorno (ma data la distanza imbarazzante potrei dire addosso) a me si consuma l'inizio di una ordinaria giornata da hostess scandinava, energica, ottimista e di bell'aspetto. Il fragore di una risata delle nordiche fanciulle mi fa sobbalzare e mi riscuote dal sopore, strappandomi un sorriso mentre lancio un'occhiata distratta dal basso della panca. Il gruppo di ragazze si dimostra anche estremamente socievole, dato che, col pretesto di porgermi le scuse per il disturbo, vengo tirato dentro al discorso in un secondo netto. Mi domandano con interesse sincero e sorridente della bici ferma poco lontano, del mio viaggio, della mia provenienza. Alla fine per loro si fa l'ora di prendere il treno per l'aeroporto, e la più espansiva di tutte azzera le distanze, e andandosene si sporge verso me accompagnando il sorrisone di commiato con una prolungata pacca sul ginocchio. Rimango lì come un baccalà, colto di sorpresa da tanta cordialità verso uno sconosciuto. Sto ancora sorseggiando pensoso il mio beverone bollente, cercando di inquadrare l'episodio di pochi minuti prima nella giusta prospettiva ape/fiore+opportunità/scelta, quando due eleganti signore prendono posto sulla panca, e dopo un minuto attaccano (sempre elegantemente) bottone pure loro, sempre interessandosi alla bici, al mio viaggio, alla mia provenienza, eccetera. Con modi altrettanto affabili dopo una decina di minuti si congedano e si avviano al loro binario. Ormai non faccio neppure più caso alla diffusa e solida padronanza della lingua inglese nella popolazione norvegese, di qualsiasi estrazione, settore ed età. Decido però che, a questo punto, non mi va di attendere il terzo episodio di una serie che sospetto sarebbe nutrita, e quindi mi metto in marcia verso il campeggio. Ripasso dagli stessi luoghi di due settimane prima, ma stavolta ho trovato il modo di salire sul colle dell'Ekeberg senza smenarci due vertebre. Percorro infatti una strada più lunga e tortuosa ma meno ripida, che comodamente mi porta fino allo spiazzo dove sorge il camping. All'arrivo un cartello informa che la struttura è ai suoi ultimi due giorni di apertura stagionale: praticamente chiuderò io il portone.






























Dopo le formalità di accettazione, monto l'accampamento sotto un cielo grigio e pesante. Dò una lavata generale a tutto il lavabile con un bucato completo, mi concedo un'abbondante doccia, in pratica rientro lentamente nei canoni di una vita in un contesto sociale ordinato. Per pranzo mi procuro qualcosa di vagamente commestibile al locale market, mangiando direttamente in tenda. Dopo aver schiacciato un pisolo, mi riattivo e mi dirigo verso la stazione dei treni. Come in tutto l'Occidente e non solo, infatti, le maggiori infrastrutture occidentali hanno progressivamente assunto le sembianze e le funzioni di un centro commerciale con trasporto annesso (il treno o l'aereo). Non mi è difficile quindi trovare un angolino dove passare quel che resta del pomeriggio. Già che ci sono, mi porto dentro anche la bici, senza che la cosa susciti alcuno scandalo, nè particolare attenzione. Mi accomodo infatti ad un caffè e la lascio poco lontano, sott'occhio, non si sa mai.













Cerco di riordinare i ricordi per scrivere qualche appunto, le sensazioni sono così dense ed intrecciate che trovo difficile dipanare il filo delle esperienze, anche se vissute pochi giorni fa. Pigramente butto l'occhio attorno a me, alle persone che passano e a quelle sedute attorno, al finestrone affacciato sul porto che mi restituisce un'immagine in tinte grigie delle grosse navi che collegano il Paese col resto della Scandinavia, attraccate ai moli con aria indolente. Ogni tanto ne salpa qualcuna, diretta chissà dove. Pianifico anche il da farsi per domani, e individuo un bel percorso tra i musei della città. Il tempo mi passa così, faccio anche merenda e già che ci sono pure un panino per cena. Arrivo così in campeggio già pronto per mettermi nelle fodere, la pioggerellina ha ricominciato a cadere e il tamburellare sulla tenda mi concilia non poco il sonno. Domani, domenica, sarà una giornata all'insegna dell'ozio creativo, senza orari e i cui ritmi saranno scanditi unicamente da ciò che avrò voglia di fare, e da quando mi andrà di farlo (un lusso sfacciato, ne sono pienamente conscio).

Giorno 13 - Domenica 31.08.2014: Oslo
Mi sveglio in modo naturale, e seguendo il percorso del mio reinserimento sociale avviato il giorno prima mi tolgo la pelliccia dalla faccia, con una bella scorciata al pizzo e un'altra doccia bollente. Il programma di oggi prevede di girare la capitale in bici ma senza carichi, libero e bello, leggiadro e lieve, visitando il Museo delle Navi Vichinghe, sulla penisola di Bygdøy. Il tempo è decisamente coperto, ma la temperatura è gradevole e fresca il giusto e non è prevista pioggia. Nell'avviarmi dal campeggio ci metto un pò prima di riabituarmi a governare la bici: senza le sacche è iper-reattiva e mi sembra quasi instabile. Venendo giù dalla collina dell'Ekeberg acquisto immediatamente velocità, e un dosso artificiale mi fa letteralmente decollare per qualche metro. Sceso al livello del mare mi infilo con curiosità nei meandri del quartiere Barcode, nuovo di zecca e ancora in costruzione, attraverrato fugacemente due settimane prima. Mi diverto a gironzolare su e gù da ponticelli e prospettive architettoniche avveniristiche, che però stridono in modo rumoroso con il resto della città, e le sue atmosfere più classiche. Come scoprirò, infatti, la costruzione di questo immenso quartiere dal nulla e simultaneamente non è stata presa molto bene dalla maggioranza degli abitanti della città, anche a causa della sua destinazione d'uso spiccatamente privata - senza quindi offrire spazi alla cittadinanza - e nel suo complesso dall'aspetto architettonicamente caotico.



Le vedute e gli scorci sono così distanti e distaccati dalla Norvegia che ho visto solo poche ore fa, da non stupirmi che questi luoghi siano stati scelti come location del film noir scandinavo "In ordine di sparizione", nella cui trama il male proviene dalla città. Attraverso la città, nonostante la domenica mattina non per questo meno trafficata, giungendo nella zona del porto turistico.






















Sosto su una panchina per uno spuntino, godendomi la rigogliosissima guarnitura floreale che campeggio al centro dell'ampio piazzale antistante il mare.

























Raggiungo l'imbarcadero per prendere la barca che porta dall'altro lato della baia, la traversata dura una mezz'oretta.



















































Una volta sbarcato a Bygdøy, percorro eleganti e silenziose stradine immerse nel verde, con sporadiche abitazioni ben tenute, fino al Museo delle Navi Vichinghe. Lascio la bici, biglietto di ingresso ed entro. L'essenzialità del museo, a dispetto della logica, ne esalta ancora di più il contenuto: tre imbarcazioni sepolcrali vichinghe (navi autentiche in legno di quercia, tirate in secca per fungere da tomba) rinvenute sepolte nel pesante terreno torboso in luoghi e momenti differenti alla fine del 19° secolo. Furono costruite per due uomini e due donne in epoche differenti, e sepolte assieme a tutto il loro corredo, di livello principesco. La prolungata azione della torba, se da un lato ha preservato quasi perfettamente i materiali, ha conferito loro un'uniforme tinta bruna.

























































































































































Mentre mi aggiro tra le navi un anzianissimo quanto ben piazzato turista texano munito del regolamentare cappello da baseball comincia a parlarmi come se avessimo interrotto la conversazione solo un minuto prima. Mi informa di quando lui e il suo caro amico andavano a pesca, ai tempi che furono, e mi domanda se anche io sia appassionato di quel passatempo. Intuendo complicazioni di ordine gerontologico declino cortesemente e mi svincolo dalla chiacchierata. Una volta terminata la visita mi aggiro per le quiete stradine della zona, sino ad imbattermi in una tavola calda turca, da cui mi servo un hamburger di generose proporzioni.















Mentre sono lì che mastico getto un'occhiata fuori dalla vetrina del locale e quasi il boccone mi si strozza in gola. Vedo in fatti passare in strada un bus delle linee urbane locali con la fiancata interamente occupata dalla pubblicità di un film di prossima uscita:




















Solo una volta tornato in Italia riuscirò a scoprire che si trattava di una commedia il cui titolo significa "All'inseguimento di Berlusconi", dove quest'ultimo è un cavallo di razza rapito da un fantino per poter ripagare i propri debiti. Comunque mi riprendo dal mancato soffocamento e mi rimetto in strada. Siccome nella vita le coincidenze esistono (eccetto che per Trenitalia), mi imbatto del tutto casualmente nel Museo Marittimo Norvegese, a poche centinaia di metri. Da una veloce scorsa all'orario scopro di avere poco meno di un'ora per visitarlo, ma me la farò bastare. Assaporo tra una installazione e l'altra l'impagabile atmosfera marittima e navale di un popolo che sul mare ha fondato le proprie sorti, declinate in forma di pesca, commercio ed estrazione petrolifera.































Riprendo la barca, approdo nuovamente a Oslo, e sulla via del rientro decido di passare dal terminal delle crociere, dove all'andata ho visto (e come avrei potuto evitarlo?) una delle enormi navi bianche attraccate (e infatti il vecchio rimbambito yankee incontrato al museo è sceso da lì, con tutta probabilità). Proprio sottobordo al candido gigante c'è una piccola galleria commerciale che vende ogni genere di oggettistica a tema norvegese: lascio fuori la biga e mi dedico con gusto allo shopping turistico, con la mia famiglia nei miei pensieri. Ne riemergo dopo una mezz'oretta abbondante, ma solo per subire uno shock di quelli che ti toccano per sempre: al posto della bici, là dove l'avevo lasciata, trovo il nulla. Il vuoto. Sparita. Non senza sforzo cerco di mantenere il cuore in funzione ed il sangue in circolo, guardandomi attorno tra la folla dei croceristi che sta sciamando verso l'imbarco dopo una giornata di visite a terra. Allungo il collo in tutte le direzioni ma niente. Con tutta la calma di cui sono capace chiedo ad un addetto da presso, che allungando un dito mi indica un punto alle mie spalle, ed eccola lì, la mia cavalcatura, appoggiata al muro esterno del negozio, ancora spaurita e lorda delle mani altrui. Ho perso dieci anni di vita ed è da un pezzo che non auguro un accidente a qualcuno, quindi mi ci impegno molto, silenziosamente dentro di me, prima di risalire sul mio destriero metallico. La strada che porta al terminal crociere gira attorno alla Fortezza di Akershusi cui massicci bastioni dominano il porto, e che ospita il Museo delle Forze Armate Norvegesi ed il Museo della Resistenza nella 2a Guerra Mondiale. Con un paio di tentativi riesco a trovare la strada per arrivare all'ingresso della fortezza, ma un cartello all'ingresso mi informa di due cose:
  • l'orario di chiusura è già passato
  • in Norvegia il mese di Aprile ha 31 giorni



























Debbo quindi rinunciare alla visita, e ho quindi seminato per strada un altro ottimo motivo per tornarci. Sulla strada del ritorno non posso esimermi da una foto con la celeberrima Opera House.





































Al campeggio e mi organizzo per la cena. Faccio uso del locale-cucina in comune, attrezzato con piastre ad induzione, e con un solenne rito apotropaico resuscito l'anima di un bel risotto zafferano e funghi dagli oscuri recessi senza tempo della liofilizzazione.

Mentre giro il mestolo nella pentola mi godo lo spettacolo comico di una giovanissima coppietta tedesca, trovata già lì in cucina al mio arrivo. Tra uno sbaciucchiamento e l'altro stanno cercando di arrangiare una pasta al sugo, ma ad essere eufemisti non paiono molto esperti della materia: faccio in tempo a entrare, organizzarmi, cucinare, mangiare e lavare tutto che i due piccioncini sono ancora lì ad attendere l'ebollizione dell'acqua. Nel mentre fanno il loro rumoroso ingresso alcuni torinesi in vacanza, che discutono ad alta voce dei fatti loro. Attacco bottone durante il lavaggio delle stoviglie, li saluto e mi defilo. Spendo le ultime ore del giorno a reimpacchettare tutto nelle borse, lasciando fuori solamente ciò che serve per il trasferimento in aeroporto ed il volo di rientro.













Giorno 14 - Lunedì 01.09.2014: Oslo-Aeroporto Rygge

E' l'ultimo giorno di apertura del campeggio, al risveglio smonto tutto e lo ripongo nelle sacche senza troppa grazia, tanto alla fine andrà messo tutto nel borsone. La giornata di oggi sarà unicamente dedicata a rifare il bagaglio e raggiungere l'aeroporto, dove l'aereo ripartirà l'indomani sul presto. Ridiscendo l'ormai famoso colle e raggiungo la stazione dei treni. Lascio una mezz'ora la biga carica ad una rastrelliera, sempre confidando nel senso civico scandinavo, e approfitto anche per fare il biglietto per l'aeroporto. Anzichè utilizzare il bus-navetta, infatti, ho scoperto l'esistenza di un altrettanto comodo treno che porta alla stazione di Rygge, da cui parte un bus urbano gratuito per l'aerostazione. Ritrovo la biga, entro al deposito bagagli, saldo il dovuto e ritiro sacche e imbottiture. Mi accomodo quindi nello stesso cantuccio per smontare la bici e reimpacchettare la mercanzia.





















































Salgo sul treno, e in meno di un'oretta scendo infine alla stazione..... in una località del tutto sconosciuta. Mi accorgo dell'errore solo dopo un pezzo: ho equivocato (e alla grande) tra il nome della località ove sorge l'aeroporto (Moss, dove sono sceso), e il nome dell'aeroporto stesso (Rygge, la stazione successiva). Un pò come scendere a Milano Centrale credendo di essere a Milano Linate..... Il prossimo treno è di lì a trenta minuti, pertanto mi metto comodo e mi faccio un hot dog. Rifaccio il biglietto per una sola fermata e riprendo il treno, quindi col bus gratuito arrivo all'aeroporto.





























Bivacco nel salone, seduto ai tavolini del caffè/tavolacalda/tabaccheria/edicola/souvenir vari. Il check-in per il mio volo aprirà solamente attorno alle 5 del mattino dopo, e quindi comincia un lunghissima attesa tra appunti, snack, spuntini, hot dog, caffè caldi, e viavai di gente in arrivo e in partenza. 






























































Una giovane e bionda donna chiede se sia libera la sedia dalla parte opposta del mio stesso tavolo, e si accomoda col suo laptop. Dopo poco attacchiamo discorso: è una ricercatrice universitaria polacca che sta tornando al suo Paese, collabora in via continuativa con l'Università di Oslo. Dalle sue parole filtra ottimismo e positività, l'impressione è quella di una persona in gamba, e intimamente le auguro il meglio. Non posso non notare l'analogia con i tecnici specializzati incontrati al campeggio due giorni prima, anch'essi polacchi. Quanto a intraprendenza mi torna in mente lo spauracchio agitato anni fa in Europa circa l'avvento dell'"idraulico polacco", nell'imminenza dell'ingresso di quella nazione nell'Unione, a significare la sottrazione di posti di lavoro ad opera di gente disposta ad accettare condizioni inferiori e, quindi, drogando il mercato e la concorrenza. Come impressione generale ne concludo che questa gente pare meritarsi ciò a cui aspira, non fosse altro che per l'impegno che profonde e i sacrifici che accetta. In un momento di noia mortale mi alzo e provo a pesare i bagagli, giusto per accertarmi di avere rispettato i pesi imposti dalla linea aerea. Arriva la sera, e un poco alla volta tutti quelli che hanno il volo l'indomani arrivano col bus e si arrangiano per passare la notte. Io faccio giusto in tempo a trovarmi un angolino seminascosto, dove metto giù il sacco a pelo, e buonanotte.





































Prima di imbarcarmi sul volo di ritorno lascio un pezzo di cuore, come Pollicino.
Adesso non rimane che architettare come tornare in Norvegia a riprendermelo.