domenica 22 dicembre 2013

LA VIA PIU' DIFFICILE

Oggi, a 41 anni suonati, mi accorgo che per percorrere molte delle strade della mia vita ho preso la strada più difficile, quella lastricata di dubbi, quei dubbi fomentati dai paragoni con ciò che ti sta intorno (a volerlo notare).

Ho scelto di essere onesto sino all'ingenuità. In questo rispondo all'educazione ricevuta sin da bambino e mi ha sempre causato enormi fregature, non reggendo il confronto con furbastri e furbacchioni di turno. Ma soprattutto non reggendo il confronto con la mia coscienza.

Ho scelto per professione di privarmi di una parte dei diritti civili costituzionalmente garantiti per rendere un servizio al mio Paese, alla mia gente, tutti indistintamente.

Ho scelto di seguire le regole, perché la libertà personale comincia dove finisce quella altrui eccetera eccetera eccetera. E anche se alcune regole le considero irragionevoli, antiquate, inadeguate, assurde o del tutto stupide, mi sforzo di tenere sempre a mente di non essere da solo in un deserto, ma di essere perennemente circondato da simili, con diritti e doveri simili.

Ho scelto, e cerco sempre di scegliere, soluzioni "win-win", ritenendomi io già sufficientemente fortunato nella vita da rifuggire l'inseguimento perpetuo del mio vantaggio personale a scapito degli altri.

Ho scelto di essere un cittadino, nel senso che sono più o meno cosciente dei miei doveri, forse un pò meno dei miei diritti, di sicuro del ragionevole buonsenso.

Ho scelto tante cose - e per tante volte - in vita mia, praticamente sempre cercando di avere una linea guida quantomeno morale, un'etica di riferimento basata sulla convivenza civile, e cose del genere.

Tali esercizi comportano l'abbondante ricorso alla santa pazienza quale imprescindibile pratica quotidiana.

Mi risulta pertanto particolarmente difficile in questo momento reprimere la furibonda incazzatura rimediata ieri pomeriggio mentre, assieme alle dozzine di partecipanti alla Critical Mass di San Lazzaro 2013, sono stato testimone diretto - da tre metri di distanza - di un tentativo di omicidio stradale ad opera di un decerebrato, convinto di essere alla guida di una nube di vapore profumato e non di un solido autoveicolo (seppur elettrico e di dimensioni compatte). Questo elemento tossico-nocivo, questo errore del Creato, nel bel mezzo di Piazza Diaz a Milano, strada già stretta e congestionata di suo, ha deciso di dover passare, e di doverlo fare in fretta e a qualsiasi costo. Il fatto che innanzi a lui si parassero decine di ciclisti che sfilavano pacificamente non ha fatto baluginare alcuna scintilla di ragionamento in questo verme schifoso, che infatti ha giocato ai birilli con due di loro per poi tentare di defilarsi. Solo che, guarda la jella, un terzo birillo gli si è infilato sotto le ruote dopo essere stato scaraventato giù, e fine della corsa. Solo l'intervento di un nutrito numero di partecipanti alla Ciemme più esperti, nonchè degli agenti di Polizia Locale che accompagnavano il corteo, lo hanno salvato da un incipiente linciaggio.

Mi è difficile dimenticare il tonfo. Quello che nessun giornalista potrà mai resocontare sarà il suono sordo e lugubre di una bicicletta che rovina a terra e viene schiacciata dalle ruote. Nessun giornalista ha la possibilità di descrivere la gragnuola di frantumi di fanalini e catarifrangenti della bici che piovono tutt'attorno.

E mi risultano ancor più indigeste anche solo le voci circolate sullo sciacallaggio giornalistico che, a quanto pare, sembrerebbe essersi attivato quasi subito da parte di giornalisti di una notissima testata cittadina (niente affatto benevola con la Ciemme e con tutta la causa cicloambientalistica) che - nonostante la prova di notevole calma e maturità da parte di tutti i ciclisti presenti - hanno continuato a soffiare sul fuoco della provocazione, incitando alla rissa nell'inutile tentativo di accreditare la tesi di una masnada di facinorosi pronti a menare le mani sul povero automobilista, tesi poi puntualmente perorata nell'articolo scodellato l'indomani, a dispetto della realtà dei fatti.

Ma quello che mi ha profondamente provato è stato il dover lasciare il Bloster nello zainetto anzichè impiegarlo per istoriarvi il parabrezza dell'auto, per poi guardare dal marciapiede questa merda umana lasciare tranquillamente il luogo della festa, pronto a rifare tutto daccapo.

Poi però mi calmo.

Poi però mi calmo e ascolto.

E mi capita di ricordare il messaggio del Mazzei, gran persona mai abbastanza elogiata, nel prosieguo della pedalata verso la Stecca, che in quelle quattro parole scambiate pedalando a testa bassa e muso lungo sotto la pioggerella milanese di fine dicembre, condensa un misto di saggezza, amarezza e sollievo perchè in fin dei conti è stato evidente chi avesse ragione e chi torto, al di là della concitazione iniziale, e per puro caso nessuno si sia fatto male in modo serio, o irreversibile.

Mi calmo e rifletto.

E mi capita di metabolizzare tutti i punti di vista che si sono rincorsi su Faccialibro nella serata di ieri e nella giornata di oggi. Rammarico, incredulità, l'azione pratica per affrontare il lato giuridico-legale della vicenda, il racconto di chi c'era.

Da tutto questo guazzabuglio ne esco un pò a pezzi.

Le mie motivazioni civili si sono graffiate e ammaccate parecchio, ieri pomeriggio.

Ma posso testimonare personalmente il potere curativo che la fierezza e la compostezza dei ragazzi della Massa di ieri pomeriggio hanno avuto sullo sconforto e la tristezza. Una via difficile da percorrere, perchè a far male ci vuole un attimo, mentre la positività ha bisogno di educazione, guida, forza e perseveranza che hanno bisogno anche di un gruppo nel quale confrontarsi, e di cui sentirsi parte attiva.

Ne vado fiero.

Sono fiero di noi.






sabato 7 dicembre 2013

FINALMENTE UNA SPIEGAZIONE....

..... alla domanda "ma cosa ci trovi nella bici?".

Adesso però ve lo faccio dire anche da qualcun altro. Buona visione.



sabato 30 novembre 2013

GONFIORI

Essere ciclisti, in una certa iconografia, richiama immagini di serenità, pace col mondo, accettazione zen di qualsiasi avversità ambientale e climatica nella suprema estasi pedalatoria. E sostanzialmente è vero, complice l'appagante libertà che la bicicletta consente, che chiunque può sperimentare e testimoniare.

Ovviamente a ciò si associa l'obbligo di rispettare delle regole, fatto questo che insorge laddove vi sia la coesistenza di almeno due persone, qualsivoglia sia il contesto, e che a mio modesto avviso si pone in modo complementare e non limitativo.

Ora, calandomi nell'esperienza del pendolare ciclista mi è successo di voler integrare il semplice buonsenso con le regole cogenti, ottenendone un abbigliamento adeguatamente vistoso, e degli accessori sufficientemente visibili e di buona qualità. Come mia norma comportamentale ometto di attraversare col rosso, pedalare sulle strisce, e men che meno di procedere sui marciapiedi sfiorando i pedoni. Talvolta suscito ilarità, io in coda ad attendere il verde assieme alle auto. Mantengo una ragionevole distanza dagli autoveicoli, cercando sempre di prevederne le traiettorie e di essere sempre prevedibile senza suscitare malintesi.

E allora capita che MI SONO ROTTO I COGLIONI.

MI SONO ROTTO I COGLIONI di chi si immagina che i ciclisti siano tutti indistintamente un'accolita di boriosi indisciplinati, e mentre lo fa sfreccia ai novanta in città.

MI SONO ROTTO I COGLIONI di chi farnetica di imporre targa e casco ai ciclisti, come se queste due ridicole misure bastino a moderare gli effetti di un urto con un SUV, o a lenìre lo stritolamento sotto le ruote di un camion (ai quali, invece, non si parla neppure di impedire alcunché). 

MI SONO ROTTO I COGLIONI di spot pubblicitari degni del miglior Lombroso, nei quali dei solidi e pesantissimi pezzi di ferraglia - espressione di un livello tecnologico di due secoli fa - vengono spacciati come valore, ispirazione, emozione, del tutto incorporei e svincolati dalle responsabilità oggettive della loro conduzione su strada.

MI SONO ROTTO I COGLIONI della banalità del male, oramai sorpassata abbondantemente da atteggiamenti apertamente aggressivi e violenti nei confronti di chi sceglie la bici, che ultimamente culmina nell'esortazione a reintrodurre lo stemmino della Mercedes in posizione verticale, onde prendere meglio la mira nel puntare il prossimo rompiballe su due ruote.

MI SONO ROTTO I COGLIONI di assistere quotidianamente a decessi sulla strada nel semplice esercizio di un diritto di scelta, premesso che quest'ultimo è, e deve essere, il principale vantaggio di una democrazia (nei fatti attualmente assente in Italia), altrimenti vado a vivere in Iran che tanto sempre Repubblica è.

MI SONO ROTTO I COGLIONI dell'assenza di quelle alternative che - solo in Italia - solo a parlarne vengono viste come scese dal pianeta Marte: moderazione del traffico, direttrici di trasporto pubblico e parcheggi di interscambio per evitare l'ingresso delle auto in città, un trasporto pubblico efficace ed efficiente, limite di 30 all'ora nei centri urbani, divieto di parcheggio nei centri storici, zone pedonali, orari prestabiliti per il traffico commerciale, divieto di ingresso per i mezzi pesanti, stazioni di parcheggio custodite e protette per le biciclette in corrispondenza delle maggiori infrastrutture di trasporto (stazioni, metropolitane, capolinea autobus e tram, etc).

MI SONO ROTTO I COGLIONI della politicizzazione un-tanto-al-chilo tipica di chi abita il sedicente Belpaese, secondo cui chi parla di queste cose è irrimediabilmente un sedizioso comunista nemico del progresso e della convivenza civile, mentre le migliori conquiste nel senso della mobilità ciclistica sono state introdotte in quel borghetto di provincia che è Londra da quel verme schifoso di un antagonista Boris Johnson, fior fiore di sindaco conservatore thatcheriano, a cui ha fatto eco quel rottinculo marxista scioperato di Michael Bloomberg, plurimiliardario sindaco repubblicano di New York, eletto durante il regno di G.W. Bush.























































MI SONO ROTTO I COGLIONI di chi pontifica di piste ciclabili in sede protetta, come se servissero a qualcosa contro gli squinternati che corrono in auto, mentre ci sono esempi di parapetti autostradali sfondati come carta, o esempi di veri e propri tracciati stradali cittadini disegnati come autostrade che non lasciano scampo in caso di imprevisti. Imprevisti che divengono pure scuse, perchè chi commissiona, progetta e realizza opere di questo genere DEVE PREVEDERE adeguati margini di sicurezza da tali "imprevisti", ad esempio facendo rallentare le auto, a costo di inchiodarle a fucilate sul cofano motore. Il vero problema è INSEGNARE A CONDIVIDERE LE STRADE, PAGATE CON LE TASSE DI TUTTI (quindi anche di chi non usa l'auto).

MI SONO ROTTO I COGLIONI di chi ad ogni incidente, possibilmente mortale, ne fa una questione di visibilità, di indisciplina, di comportamento imprevedibile del singolo, di "caso isolato", di "fatalità", di imprudenza, se non proprio di "se l'è andata a cercare", "gli sta bene così impara", senza coordinare due-neuroni-due e cercare di cogliere il fatto che maggiore è l'affollamento veicolare e la relativa velocità, minori sono i margini di sicurezza per chi si trovi al di fuori dei veicoli (due soggetti a caso: ciclisti e pedoni). Il problema pertanto è che CI SONO TROPPE AUTO IN CIRCOLAZIONE, guidate spessissimo IN MODO SCELLERATO su opere alcune delle quali INSICURE.

MI SONO ROTTO I COGLIONI di chi gli obblighi e le regole le declina immancabilmente alla seconda e terza persona plurale: "voi" e "loro".

MI SONO ROTTO I COGLIONI di coloro che, guidando armi potenzialmente letali, si lamentano del fastidio che dànno le nostre biciclette, le nostre proteste, le nostre punture di spillo.

MI SONO ROTTO I COGLIONI del fatto che tutto questo mi sta rendendo cattivo e aggressivo a mia volta, e sto cominciando - io che non l'ho mai fatto - a mandare a fare in culo urlando e gesticolando gli automobilisti, sull'onda della botta di adrenalina.

MI SONO ROTTO I COGLIONI di una guerra sempre meno strisciante, sempre più asimmetrica, sempre più pericolosa, in cui ciònondimeno si rincorrono gli appelli alla correttezza, al dialogo, alla conciliazione, alla civiltà, a patto che sia da parte degli altri.

MI SONO ROTTO I COGLIONI di chi, da posizioni moralmente indifendibili, continua ad accampare scuse in un Paese che snocciola MIGLIAIA di morti all'anno sulle proprie strade. Visto che il fattore culturale (leggasi: convivenza civile, buon senso comune e normale prudenza) non fanno presa, beh, allora è il momento di interventi drastici.

E se percaso qualcuno di questi signori dovesse veramente tirarmi sotto mentre vado in bici, gli auguro di non commettere l'errore più grave: fare in modo che mi rialzi.

mercoledì 27 novembre 2013

UN BATTITO DI CIGLIA (prove tecniche di prematura scomparsa)

E allora è così che accade.

Magari una farfalla dalla parte opposta del globo terracqueo sbatte le ali, spaventando un pangolino che si chiude nella sferica corazza, causandone il rotolamento giù da una collina, e rotolando l'ignara bestiolina spezza un arbusto, le cui lunghe radici trasmettono una vibrazione nel terreno, che viaggiando attraverso la crosta terrestre riemerge dalle parti di San Giulano Milanese, proprio nel momento in cui sto affrontando distrattamente una curva a gomito, sul bagnato, troppo veloce e con postura scomposta, situazione in cui il mio baricentro è indeciso se attenersi ancora alle leggi della fisica classica o inventarsi qualcosa di naif, dandomi quella scossetta che mi fa franare a terra sul fianco destro, e scivolando con traiettoria di fuga tangenziale termino la corsa di traverso nella metà opposta della carreggiata. Pertanto contromano.

Ecco, magari è così che accade, ti ritrovi a slittare sull'asfalto umido e senza accorgertene finisci sotto un autocarro, un SUV, ma basterebbe pure una Seicento alla giusta velocità.

Un battito di ciglia, e via.

E invece no.

Perchè quella stessa farfalla, un istante dopo, si posa su un fiore, sbilanciandone la graziosa corolla sino a farne gocciolare i roridi petali, e la rugiata cadendo al suolo causa una microscopica variazione nell'assetto gravitazionale del pianeta Terra, proprio nel momento in cui, al meridiano opposto, un onesto signore sta preparandosi per uscire di casa, facendogli cadere il portamonete ed il suo contenuto, per recuperare il quale impiega quei venti secondi in più per uscire di casa, facendo in modo da NON sopraggiungere sul luogo della caduta in bicicletta proprio nell'istante in cui mi infilo contromano in scivolata.

Allo stesso tempo la medesima farfalla, stremata dalle svolazzanti fatiche di una giornata, sospira di sollievo predisponendosi al meritato riposo. E quel microrefolo, vagando per l'atmosfera, si infila in maniera surrettizia sotto la mia spalla destra facendola rimbalzare sull'asfalto, tanto da ritrovarmi, dopo una tranvata micidiale al suolo, dolorante e sub-lussato ma praticamente senza un graffio e senza neppure un osso rotto.

La strada, in città a metà giornata, è deserta.
Dietro di me, nella mia stessa direzione, arriva un autobus, ma per affrontare la curva a gomito è naturalmente costretto a rallentare a passo d'uomo.

Mi rialzo in fretta, risalgo sulla bici, e riparto come nulla fosse (a parte un dolore pazzesco alla spalla).

Ora, io sono un amante della parola, e so che per definire una simile vicenda esiste una cartesiana locuzione:
CULO.

Ma un culo di proporzioni titaniche, un pozzo di fortuna di una sfacciataggine tale da domandare scusa un giorno sì e l'altro no. E due volte nel giorni festivi.

Ancora non so quali altre lezioni trarre.

Il periodo di riposo impostomi dai medici scade tra due settimane. Forse avrò paura a riprendere ad andare in bici a lavoro.

Ma, come già detto su questo stesso blog, l'unica cosa di cui devo avere paura, è la paura stessa.




giovedì 31 ottobre 2013

L'ALLEGRA VITA DEL CICLISTA - Parte 6: Parla come mangi (letteralmente)

Una delle peculiarità dell'andare bicicletta è il contatto con il circondario, con la realtà che attraversi, una maggiore vicinanza anche con le persone che incontri.

Questa particolarità si oppone nettamente alla percezione inscatolata propria dell'automobile, per quanto ampi e panoramici possano essere i cristalli e il tettuccio.

Spesso, sia da pendolare a pedali che da viaggiatore sui pedali, mi è capitato e mi capitano cenni più o meno di saluto, e piccole testimonianze di vita su questo pianeta da parte degli altri. Capita che  questi microcontatti non siano rivolti tanto a me quanto alla mia bici, specialmente per la curiosità magari suscitata nel vedere un mezzo "ibrido", con telaio MTB, freni a disco ma manubrio da strada. E può succedere che tale curiosità sia davvero irrefrenabile.

Un comune mercoledì da ciclopendolare, leggera pioggia.

Sto attraversando una tratto di strada un pò impegnativo e trafficato, popolato da una grossa rotonda (letale per definizione), un cavalcavia e uno svincolo della tangenziale est (per non farmi mancare proprio nulla).

Riesco a sopravvivere alle auto in coda (strada molto stretta, corsie canalizzate), svicolo via dalla rotonda, evito lo svincolo della tangenziale e affronto la gobba del cavalcavia.

Ho qualcosa da spendere nelle gambe, mi alzo sui pedali e salgo fuorisella. Un borbottìo meccanico si avvicina da tergo, mi tengo prudentemente sulla destra senza voltarmi.

Vengo affiancato da uno scooterista supervestito da pioggia che neanche i Gormiti in acido al Carnevale di Rio, che mi osserva a un metro e mezzo scarso. E già la breve distanza è sufficiente per destare allarme e innervosirmi.

Con gli occhi sempre rivolti avanti cerco di capire se il tipo cerca la rissa, o cosa. Mi suona, per attirare l'attenzione, con quella trombetta querula e fastidiosa tipica degli scooter.

Mentre continuo a pedalare fuorisella distolgo lo sguardo per un paio di secondi.

Il MotoGormito punta la bici col ditone guantato, e fa per informarsi: "E' un MISTO?".

[...]

[...]

Non colgo subito. Sarà un mio limite, l'inusuale contesto che invoglia poco alla conversazione, oppure l'uso a dir poco spregiudicato della lingua italiana mostrato dal mostro a due ruote che mi si tiene affiancato, imperterrito e in attesa di risposta.

Un misto. Ha detto proprio così. Un MISTO. Come quando si ordinano gli antipasti, nelle tavolate tra amici, al cameriere: "Facci un MISTO, va là, che facciamo prima".

Poi ci arrivo, in preda alla costernazione. Annuisco lentamente con ampia escursione della testa.

L'extraterrestre, soddisfatto, sgasa e se ne va.

Il cameriere torna con la comanda, ma non trova più nessuno al tavolo.






mercoledì 30 ottobre 2013

L'ALLEGRA VITA DEL CICLISTA - Parte 5: Colazione da Tiffany

Ma che bella la bella stagione.

C'è più luce, il clima mite consente di vestirsi leggeri e di apprezzare il passaggio dell'aria sulla pelle, le giornate durano di più.

Ci sono le angurie, l'aspettativa delle vacanze, e i ritmi forse più rallentati ti fanno ricaricare le pile in previsione della ripresa autunnale.

Poi, però, ci sono gli insetti.

Piccoli, bastardi, onnipresenti.

E immaginate allora di stare pedalando in preda all'estasi, tranquilli e beati, nel fresco della mattina, sul quotidiano tragitto da casa a lavoro.

Immaginate anche di costeggiare, ogni giorno, una roggia di campagna, una di quelle rogge a testimonianza di una realtà rurale neanche tanto remota nel tempo, ma che adesso versano in uno stato di abbandono, puteolenti e acquitrinose.

Pensate adesso un tale microcosmo di acqua stagnante quale paradiso offra ai piccoli rompiballe ronzanti per prosperare, riprodursi, sciamare indisturbati e ignari di parabrezza e altre forme di pericolo.

Mentre incedete con plateale sicumera avvertite - con quel secondo di troppo - una minuscola variazione nella trasparenza dell'aria, un millesimale calo nella luminosità ambientale, un'opacità fluttuante, come un velo grigiastro appeso al nulla. In un attimo fendete ai vostri trentacinque all'ora una fittissima siepe di puntini danzanti, che vi si introducono in ogni orifizio, fenditura, o altra apertura lasciata scoperta, sia essa anatomica o tessile.

Ma soprattutto si infilano a capofitto nel varco di maggiore capienza, quello che - malauguratamente - vi serve per respirare sotto sforzo. Vi ritrovate così a ingoiare dozzine di ditteri nematoceri, senza neppure sapere che cacchio significhi perchè Wikipedia in bici non si può leggere, e voi che avete fatto colazione da neppure mezz'ora siete costretti all'inaspettato spuntino.

Sputacchiando, scaracchiando e bestemmiando siete costretti ad arrestarvi a bordo strada, in un punto peraltro pericolosissimo, e in preda allo schifo più ributtante gargarizzate svelti l'intera borraccia che neppure sull'Izoard a luglio. Un vecchietto con basco e sigaro vi sorpassa lentamente in bici fissandovi sospettoso mentre, con la boccuccia a culo di gallina orientata all'insù, state rumorosamente compiendo i vostri accurati risciacqui. Si allontana scuotendo la testa.

Riprendete alfine il cammino, sperando di reincarnarvi in un batrace.



giovedì 3 ottobre 2013

L'ALLEGRA VITA DEL CICLISTA - Parte 4: Incomprensioni

Andar per strade è anche una questione di regole.

Regole non scritte, regole scritte, regole rispettate o meno, ma regole. Più o meno.

Se c'è una di queste regole che, dalle mie parti, viene mediamente rispettata è quella dello stop: io mi fermo, tu passi, e poi io riparto.

Ma come in tutte le umane cose, anche questa regola possiede dei limiti. E uno di questi limiti è l'ECCESSO DI CORTESIA, che per definizione non risponde ad alcuna legge intelligibile ed ha la nefasta caratteristica di non essere colto subito.

Immaginate quindi di trovarvi sulla via del rientro a casa, una comunissima strada, un'altrettanto comunissima rotonda, munita di linea d'arresto nella vostra direzione. Pomeriggio d'estate, praticamente nessuno per strada. Siccome siete diligenti (non per primeggiare ed essere ricordati ai posteri, ma per pura sopravvivenza) nonostante la canicola soffocante vi fermate alla linea d'arresto che delimita la rotonda, guardinghi. Un'auto ha infatti impegnato la rotonda e vi predisponete ad attenderne il passaggio prima di ripartire.
Immaginate adesso quell'auto, una sola, unica auto, che SI FERMA NEL BEL MEZZO DELLA ROTATORIA, in modo marcato e repentino, senza motivo apparente.

E vi ritrovate proiettati in una rappresentazione teatrale giapponese.

Voi siete lì, immobili, ad attendere. Anche quell'altro sta lì, fermo, chissà perchè. Perplessità.

Voi non avete intenzione di ripartire (non vi fidate, siete coscienti che le rotonde sono state progettate e introdotte con l'esplicito intento di sfoltire il numero di ciclisti in giro). Ma anche quell'altro non accenna a ripartire.

La canicola sale. Cicale in lontananza. Una mosca si posa sugli occhiali. Lo scorrere del tempo si squaglia, e assume i contorni di un quadro di Salvador Dalì.

Cercate di incrociare lo sguardo del guidatore ma il riflesso corrusco sul parabrezza ve lo impedisce.

Mentre state passando mentalmente in rassegna ogni possibile ragione di una simile sosta (malore, telefonata, mietitura del grano, estasi religiosa), un impercettibile gesto di una mano fa capolino da sopra il cruscotto, ponendo termine alla scena kubrikiana, e invitandovi a passare per primi.

AH, ECCO!!! Ci arrivate con quel paio d'ore di ritardo. Fate "plaf" col palmo della mano sulla fronte gocciolante. Adesso sì!! Si tratta di UN GESTO DI CORTESIA!!

Voi che fareste i salti di gioia per un mese intero se solo vi fosse dato di assistere al rispetto di UNA REGOLA STRADALE CHE FOSSE UNA. Voi che comprereste una pagina di quotidiano per ringraziare, se solo una volta tanto foste trattati da comuni utenti della strada e non, di volta in volta, come personaggi fluorescenti, bizzarri, eccentrici e snob, oppure pericolosi comunisti, o sediziosi rompicoglioni, o come semplici seccature ambulanti che impediscono il sacrosanto fluire delle automobili, un disdicevole imprevisto.

A voi, oggi, tocca subire un GESTO DI CORTESIA.

Uno di quei gesti di cortesia inconsulta, irragionevole e del tutto fuori luogo che normalmente creerebbe un tamponamento a catena, se non di peggio.

Uno di quei gesti di cortesia, per l'appunto, del tutto incomprensibili, e pertanto pericolosi, perchè tendono a passare sopra una regola generale, lasciando il sentore di un improvvido e maldestro tentativo di rimediare a un senso di colpa automobilistico.

Se ci si limitasse a rispettare le regole, il comune buon senso e la convivenza civile, allora sì che filerebbe tutto liscio. E non avremmo bisogno di ECCEDERE con episodi di cortesia.

Ne basterebbe di meno, ma da parte di tutti.

PS: alla fine sono passato io, ringraziando, ma poi scuotendo la testa, incredulo.