domenica 8 maggio 2016

IL PERICOLO DEL CICLISMO

Il ciclismo è uno sport pericoloso. Ma non basta l'arcinoto rischio di cadute, urti, collisioni a definirlo tale.

Il ciclismo è innanzitutto ammantato dal mistero, specialmente per chi non lo conosce. Per chi, cioè, non ne conosce le dinamiche: dalle sottili leggi fisiche che ne comandano le traiettorie e gli equilibri, sino alle regole del ciclismo come sport, quello da guardare in diretta televisiva e che è sempre meno decifrabile, ormai soppiantato dalla più comprensibile sfera-che-rimbalza in un Paese come il nostro.

Ma il mistero si infittisce ancor più quando il profano ne osserva la fatica, e si domanda: "Ma perchè? Chi te lo fa fare?".

Chi si avvicina a questa attività, a questo sport, o anche alla bici come mezzo di trasporto quotidiano, è un coraggioso. E' uno che ha scelto di accertarsi da solo cosa significhi.

Personalmente, ho trascorso centinaia di ore col culo su un sellino in ogni sua declinazione: per andare e tornare da lavoro, per viaggiare con la biga stracarica in posti mai visti, per un allenamento su strada fissando la ruota anteriore, e ultimamente aggiungo pure la mia prima Granfondo.
E sono proprio i miei giri di pedale ad avermi lasciato la convinzione che il ciclismo è uno sport pericoloso.

Perchè col ciclismo ti abitui a stare per strada, a farne parte e a comprenderne in anticipo le insidie, e i vantaggi. Diventi scaltro, cominci a pensare in anticipo le possibili mosse di chi ti sta attorno. Talvolta arrivi a predire il futuro, tanto certi comportamenti (anche irregolari o illeciti) sono ripetitivi e prevedibili.

Il ciclismo è pericoloso perchè ti abitua alla fatica, e tutti quanti noi prima o poi abbiamo vissuto quel momento in cui ti ritrovi a zero forze, lontano da un qualsiasi arrivo, e l'unica via d'uscita è continuare a pedalare.

Il ciclismo è pericoloso perchè ti insegna a subire i capricci del clima, facendoli tuoi, sentendotene parte, e magari alla fine arrivando a gioire di una pioggerellina, di una nevicata. Il vento non è mai tuo amico, e se ti dà una mano prima o poi se la riprende con gli interessi. Ma quella del vento è una storia a parte. Il fatto è che, abituandoti a ogni clima, non lo consideri più un fattore condizionante per le tue normali attività.

Il ciclismo è pericoloso perchè impari a conoscerti dentro, e proprio nei momenti di maggiore difficoltà scopri le risorse che nessuno,

ma davvero NESSUNO,

si è mai incaricato

di informarti

che possano

esistere.

Le scopri da solo, raccogliendole dal fondo di un barile, e una volta scoperte sono tue, sai come sono fatte, come funzionano, sai dove attingerle da ora in poi, sono uno dei motori di un cambiamento che vivi sulla tua pelle. Inarrestabile, pervasivo, un cambiamento che si insinua anche nelle restanti attività della tua esistenza.

Il ciclismo è pericoloso perchè ti fa accorgere di cosa può essere superfluo e cosa invece è essenziale per la tua felicità. Riscoprendo te stesso, quindi, ti accorgi che una camminata a piedi, una rollerata, o una pedalata di mezz'ora sostituiscono egregiamente qualsiasi autoveicolo motorizzato. Un pericolo gigantesco, ma non certo per te.

Il ciclismo è pericoloso perchè quando entri in contatto con altri ciclisti, nelle tue medesime condizioni, si verificano manifestazioni di solidarietà e partecipazione altrimenti sconosciute, dal dare assistenza meccanica al donare una barretta, una banana, una bottiglietta, una chiacchiera, un saluto, un cenno. Indifferenza mai, neppure quando guardi altri ciclisti in televisione: ti viene il fiatone o ti si agitano le gambe e non riesci a stare fermo, lì, seduto sul divano di casa tua, senza neppure sentirti un pirla.

Il ciclismo è pericoloso perchè viaggiando in bici, muovendoti, conoscendo posti nuovi e gente nuova, ti accorgi delle somiglianze. Ti accorgi quindi delle dimensioni davvero minuscole della pietra cosmica sulla quale siamo nati, ti accorgi dell'idiozia dei confini, dell'idiozia di PARECCHIE COSE, dell'idiozia di PARECCHIE PERSONE e delle loro pseudo-idee.

Il ciclismo è pericoloso perchè per strada, su una bici, mentre pedali, ti accorgi delle differenze. Le differenze tra chi bada al prossimo suo tenendo gli occhi aperti, e chi invece guarda al resto del mondo come un impiccio, tra una coda sulla provinciale e l'ennesimo messaggio uozzapp. Le differenze tra chi ha sempre in serbo un sorriso o una gentilezza gratuita, e chi un'imprecazione o un colpo di clacson. Tra chi sfreccia sfiorandoti a venti centimetri, e chi ti sorpassa rallentando tenendo un metro e mezzo di distanza. Ed il vero pericolo è che - nel mio caso è stato immediato - di queste differenze ne fai delle precise categorie morali con cui soppesare la realtà circostante: dopodichè fai delle scelte, basandoti su ciò che hai visto. Il reale pericolo in questo caso è che potrebbe pure saltarti in mente di orientare le tue scelte per cambiare quello che non ti va.

Il ciclismo è pericoloso, pericolosissimo, perchè ti fa pensare. Il mantra ritmico delle tue gambe e del tuo respiro ti svuota dalle puttanate che ti trascini addosso, ed è un vuoto ricco di sensazioni, ti si riempie la testa di pensieri, ragioni, rifletti, un benefico reset che rende tutto più lucido e chiaro. Una volta terminato di pedalare, lo stesso problema di prima adesso ha almeno una soluzione, fosse pure quella di fottertene. Ed entrando in contatto con i tuoi pensieri ti inebrii di tale condizione, sentendo come inutile il ricorso a pensieri altrui spacciati per entertainment. Diventa inutile guardare il 95% dei programmi in televisione, per esempio. Nel mio caso più che inutile lo trovo fastidioso, a volte oltraggioso.

Il ciclismo è pericoloso perchè quando imbocchi questo cammino sai che lo stai pavimentando tu a forza di garretti, e non vuoi più smettere. Con l'allenamento diventa più facile, e la pavimentazione ti porta più lontano, a conoscere più cose, e via così.

Il ciclismo è pericoloso perchè forgia un carattere, basato sull'adattabilità, la versatilità, la sportività, l'accettazione di quel che trovi per strada, la sensibilità alle cose più piccole, ai dettagli seminascosti. Certo, i ciclisti non sono gente famosa per avere un carattere esattamente facile, ma non è nulla di cui preoccuparsi: gli altri prima o poi si abituano.

Il ciclismo è pericoloso perchè rinforza dal punto di vista fisico, oltrechè da quello psicologico. Ore e ore passate a pedalare in ogni condizione climatica non risultano costituire una ragione sufficiente per farti venire un raffreddore. E arrivi a goderti beatamente le tue quarantasei pulsazioni al minuto a riposo, i tuoi sei litri di capacità polmonare, i tuoi centoquindici su settanta di pressione arteriosa, i tuoi valori ematici da manuale che suscitano invidia anche nei dottori che ti visitano.
Farmacie, medici di base e ambulatori si trasformano così in un addobbo urbano, una connotazione marginale del tuo campo visivo.

Ma il ciclismo è pericoloso, pericolosissimo, perchè come fai a fargli paura, a uno così? 
Come fai a intimidire uno con questo stile di vita, a uno abituato a tutto questo?
A uno che fa cinquanta chilometri con un panino e una banana che gli fai, gli aumenti il prezzo del carburante?
A uno che, se deve andare da qualche parte, ci va in bici, che gli fai, gli aumenti il prezzo dell'autosilo in centro?
A uno che grazie al proprio stile di vita basato sulla bici risparmia quattrini a palate, che gli fai, per intristirlo? Gli fai fallire la banca?
A uno del genere, come fai ad orientare, a condizionare i suoi gusti, i suoi consumi? Gli proponi il concorsone a punti con un'automobile in palio?
A uno che si ammala raramente, che non sa cosa sia una coda in auto, a uno pienamente padrone del proprio tempo, ma che cosa ti devi inventare, per impensierirlo? Gli aumenti il ticket? Gli piazzi un casello in tangenziale?
A uno abituato a pensare con la sua testa, a badare al concreto, e che quindi esclude la televisione dal proprio orizzonte, che gli fai, per persuaderlo di qualcosa?

E infine, il ciclismo è pericoloso perchè ti fa sentire libero. Col corpo, col cuore, con la mente. E ti scopri capace di cose che stupiscono anche te stesso. 

Ma qui mi fermo, perchè non troverei le parole per descriverla, una roba così. 

E, nel caso, non resta che provarla.









10 commenti:

  1. Ecco, questo post vorrei averlo scritto io. E se ti sembra poca cosa sappi che non ricordo quando è stata l'ultima volta che ho formulato questo pensiero. ;-)

    Su ciclismo e televisione, o sul ciclismo in televisione, trovi una riflessione qui: https://mammiferobipede.wordpress.com/2009/05/27/sotto-il-sole-e-sopra-il-mondo/

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  2. Ah, vedo che sono pensieri diffusi.

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  3. bel brano, sottoscrivo tutto!

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  4. ....Grande.... condivido tutto !!!!!

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  5. Maria Grazia Guerrazzi11 maggio 2016 22:39

    Tutto vero!
    Ma il terzultimo capoverso è quello che penso io, sempre.
    Io non lo sapevo dire. Qui è scritto cosí bene!
    Grazie.

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  6. Ciao, mi è proprio piaciuto questo pezzo. Domani lo leggerò nella mia classe di cicloturisti.
    Roberto Galantini

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  7. Amen!
    ...e lo affermo da ciclista prevalentemente "utilitarista" più che "sportivo".
    Pedalare per spostarsi (non "solo" per pedalare...) ti cambia proprio il modo di di guardareal mondo, e di "interfacciarti " con esso e con le persone. Devo però dire, che il "rifiuto della paura di stare in strada" l'ho acquisito da un vecchio post dell'immarciscibile Rotafixa, che non smetterò mai di ringraziare abbastanza. Bello, complimenti.

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    1. Ne avevo scritto anche io, tre anni fa. Per chi sa cosa significhi pedalare per strada sono pensieri che ricorrono.
      http://luca-cicloperpetuo.blogspot.it/2013/01/non-e-la-strada-il-mio-peggior-nemico.html

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